Ultimo tango a Parigi 50 anni, come me...
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Cultura Rock a 360°
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NOTE SINTETICHE ALL’ASCOLTO DEL DISCO
GENERE: alternative pop
DOVE ASCOLTARLO: Spotify, ITunes, Amazon Music, etc…
LABEL: TdE ProductionZ
PARTICOLARITÀ: plurilinguismo (italiano, inglese, francese)
CITTÀ: Aosta
DATA DI USCITA: 5/11/21
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NOTE SINTETICHE ALL’ASCOLTO DEL DISCO
GENERE : Classica/Jazz contemporaneo
DOVE ASCOLTARLO qui
LABEL : Velut Luna
PARTICOLARITA’ : un disco a metà tra musica classica e jazz che ci fa sognare con un pizzico di spleen. Il modo di usare la voce con uno stile quasi lirico, ma che allo stesso tempo si rifà al jazz, è forse la peculiarità di questo progetto che, proprio per questo, diventa un ibrido che si colloca proprio a meta tra entrambi gli universi (classica e jazz)
CITTA’ Vicenza
DATA DI USCITA 1 settembre 2021
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Sono rimasto impressionato dall’umanità dei personaggi, dalle loro fragilità. Non sapevo che Mel Brooks avesse un così brutto rapporto con la critica. Io, probabilmente, ho iniziato a seguirlo quando l’avevano già rivalutato… forse l’inizio del successo con la critica inizia con questo film?
Mel Brooks non ha mai avuto un buon rapporto con la critica, i suoi film (quasi tutti) sono stati spesso giudicati volgarotti e di cattivo gusto. Il pubblico però è sempre stato dalla sua parte. Probabilmente “Frankenstein Junior” è il suo film più esaltato dalla critica, diede davvero il meglio di sé come regista.
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Sembra siamo tornati al 2016,
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Ieri ho rivisto Manhattan di Woody Allen, film del 1979. Dunque quest’anno ha fatto trent’anni tondi tondi e mi sono dimenticato di omaggiarlo. Ho il poster gigante davanti a me, mi è sempre piaciuto anche se oggi forse non lo metterei tra i primi nella filmografia di Allen. Ha dei bei momenti, come l’apertura con inquadrature in magnifico bianco/nero della città e la Rapsodia in blu di George Gershwin in sottofondo … questo incipit (uno dei migliori della storia del cinema) e la fotografia di Gordon Willis, vale l’intero film. Non dico altro, ma propongo un gioco di fine anno (o inizio), stimolato proprio dalla visione di Manhattan.
… perché vale la pena di vivere? Ecco un’ottima domanda. Beh, esistono al mondo alcune cose, credo, per cui valga la pena di vivere. E cosa? Ok. Per me... io direi... per Groucho Marx tanto per dirne una, e Willie Mays e... il secondo movimento della sinfonia Jupiter... Louis Armstrong, l'incisione Potatoehea Blues... i film svedesi naturalmente... L’educazione sentimentale di Flaubert... Marlon Brando, Frank Sinatra, quelle incredibili... mele e pere di Cézanne, i granchi di Sam Wo, il viso di Tracy.
E le vostre, quali sono? Le mie nel primo commento del post. Buttatevi, così quasi a casaccio, altrimenti non ne uscite più…
… dimenticavo: BUON 2010!
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Oggi, 25 dicembre 2009, è il trentaduesimo anniversario della morte di Charles Chaplin. Spesso la tv lo ricorda a natale con documentari, comiche, film. Oggi danno uno dei suoi capolavori (tra i più grandi del secolo scorso), tra le sue pellicole parlate la migliore: Il grande dittatore (Rai3, ore 15). L’ho rivisto ieri e mi è sembrato di una modernità e attualità sconcertanti: le guerre, i dittatori, il sesso e la politica, il piccolo uomo dentro gli ingranaggi della storia (come l’operaio di Tempi Moderni dentro quelli delle macchine di lavoro), la propaganda, il razzismo…
È un film pacifista, pacifista integrale. Girato poco prima di Pearl Harbour, è una satira coraggiosa delle guerre e di Hitler, quando ancora non si sapeva bene che fine avrebbe fatto (anche se Chaplin lo immaginava, a ben vedere la famosa scena del mappamondo che gli scoppia in mano). Ma tutte le scene sono dei piccoli tesori, poi scopiazzati da altri comici.
Altra cosa impressionante è il mostrare come venivano trattati gli ebrei. Nessuno mai prima lo aveva fatto così (anche se lontano dagli orrori dei lager, si vede benissimo come nasce e si sviluppa, tramite ordini politici, il fenomeno antisemita; non è una cosa nata naturalmente, come le patate nei campi, ma è diretta e incoraggiata dall’alto). E il film, nonostante questo mischiare tragedia e commedia, funziona, ha successo in tutto il mondo libero (come si può vedere dalle tante locandine in diverse lingue). 


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È un film importante, attesissimo e non delude le attese (anzi, due film che non deludono le attese). A dirigerli Steven Soderbergh, cineasta con un’idea di cinema indipendente in testa, perfezionista, a tratti freddo, perfetto per questa pellicola su uno dei miti più importanti del Novecento. Chi meglio di lui sarebbe riuscito a realizzare il film sul Che senza farne un santino o denigrarlo, ma facendo semplicemente cinema? E pure Benicio Del Toro appare l’interprete ideale: non gigioneggia (a differenza dell’interprete di Fidel, ma forse era inevitabile), ha una certa somiglianza con il Che, inseguiva il progetto da alcuni anni.
Che-L'argentino, cioè la prima pellicola, quella sulla vittoria della Revoluciòn, è un film molto europeo, con salti cronologici da far paura; Soderbergh se ne fotte altamente dello svolgimento lineare, grazie alle sue capacità tecniche da sempre apprezzate. All’avanzare della guerriglia nella Sierra Maestra fino alla vittoriosa conclusione (il nucleo centrale del film, a colori, con il verde a dominare la scena), vengono inseriti momenti del discorso del Che alle Nazioni Unite nel 1964 (in un bianco e nero da doc storico), e momenti ancora precedenti, come l'incontro tra Che Guevara e Fidel Castro in Messico nel 1955. Questi salti di tempo danno alla pellicola un buon ritmo e nell’economia del film il tutto risulta perfetto.
Che-Il guerrigliero, sul fallimentare tentativo di esportare la Revolucòn in Bolivia, ha invece un andamento più lineare, più da film “tradizionale” con un inizio, uno svolgimento, una fine. Una fine che già conosciamo (come del resto il film n.1), ma non per questo meno interessante. Sembra una parabola inversa alla precedente. Mentre nel primo film tutto (o quasi), procedeva per il verso giusto, qui tutto va storto: non c’è simpatia da parte della popolazione per i rivoluzionari, l’esercito non si unisce a loro, ci sono delle incomprensioni tra i militanti, il territorio è ostile, vengono presi facilmente i simpatizzanti…c’è solo il Che.
Soderbergh però, anche qui costruisce con precisione chirurgica un’epoca e un personaggio che ha fatto epoca. Sembra proprio di sentire, di respirare, quel periodo storico ahimé lontano, con quei personaggi storici, quel modo di parlare, quel modo di credere, quando tutto aveva un significato preciso a partire proprio dalle parole: intellettuali, rivoluzionari, comunisti, anticomunisti, reazionari, rivoluzione, colpo di stato, dittatura … quando le parole erano importanti.
Per me sono state due visioni coinvolgenti: mi sono smarrito nel film per ritrovarmi in un'altra realtà. È questo che il cinema dovrebbe darci. Sì, due film coinvolgenti e alla loro maniera commoventi. Uscito dalla sala cinematografica mi pareva di provenire da un altro mondo. Poi, piano piano, mi sono riadattato, sono tornato alla piattezza dei nostri giorni. Giusta la divisione in due parti. Sbagliata l’uscita un anno dopo (era a Cannes 2008, dove Del Toro ha ricevuto lo strameritato premio come miglior attore …). Ripescatelo in questa stagione calda. Sarà ancora più coinvolgente.Etichette: Barbudos, Benicio del Toro, Cannes, Che Guevara, Cinema, Comunismo, Cuba, Festival, Fidel Castro, Novecento, politica, Rivoluzione, Rock, Soderbergh, Storia, Sudamerica
Musica da mangiare, musica da bere, musica da respirare, musica da sognare. Sperimentale e retrò, d’avanguardia e gaudente. Questo è il progetto dei Nichelodeon, ensemble milanese guidato da Claudio Milano, artista totale, con una voce usata come uno strumento musicale, una voce che incanta, una voce paragonabile a Demetrio Stratos (scusate se è poco).Etichette: Avanguardia, Cinemanemico, Indipendenti, Intervista, Lombardia, Milano, Nichelodeon, Novecento, Pellegrino Artusi, Prog, Psichedelia, Teatro