martedì 12 marzo 2024

Kerouac, un racconto

Kerouac

Kerouac non è il mio scrittore preferito, anche se romanzi come Sulla strada o I vagabondi del Dharma o Big Sur sono tra i miei romanzi preferiti in assoluto, e si meritano la fama che hanno.

Non sono mai riuscito a leggere invece I sotterranei, che è il suo primo romanzo comprato da me. Lo comprai a una festa di DP di un paesino vicino al mio. DP era un piccolo partito della sinistra extraparlamentare, che con l’1,8 % riusciva ad avere rappresentanza politica e a fare qualcosa, anche feste in paesi sperduti. Perché allora non c’era la legge truffa, inventata dopo tangentopoli per impedire alle idee più libere di emergere. Ma lasciamo stare, non è di questo che volevo scrivere.

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venerdì 8 luglio 2022

L'ultimo raccolto, un racconto di Paolo Zardi


Finalmente ho letto un libro di Paolo Zardi, amico blogger che conosco e del quale qui ho scritto spesso. Finalmente l'ho letto, ma non perché manchino suoi libri (i suoi ultimi due sono sul cassetto, pronti da leggere da qualche anno), ma per mancanza di concentrazione mia. Questo libro, L'ultimo raccolto, è un racconto di 90 pagine, perfette per un viaggio in treno. Infatti l'ho letto in treno, dove sappiamo lo scrittore padovano ha spesso lavorato ai suoi testi. La storia di L'ultimo raccolto è scritta con il suo stile di borghese colto e progressista, e racconta la crisi sentimentale di un uomo di 50 anni abbandonato dalla moglie. 

Seconda uscita per Tetra Edizioni, che punta a pubblicare libri di singoli racconti, in un formato tascabile a un prezzo di 4 euro. L'ideale per per me, che riesco a leggere poco, ma che ho da sempre adorato la forma racconto, bistrattata in Italia. 

L'ho trovato un libro molto suo L'ultimo raccolto , con i suoi temi classici, dall'amore alla sofferenza, il sesso, la coppia, i figli, il corpo, la morte. In parte è stato doloroso leggerlo, per motivi miei, ma mi è piaciuto farlo. Consigliatissimo, come tutti i libri di Paolo Zardi.

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domenica 31 marzo 2019

Le gente non esiste, l'umanità sì

La gente non esiste, nuova raccolta di racconti di Paolo Zardi, uscita da qualche giorno per la Neo.Edizioni, casa editrice con la quale c'è da sempre un certo feeling con lo scrittore padovano, incanta per la bellezza e intelligenza. La gente non esiste, sembra dirci, ma l'umanità sì. I protagonisti dei racconti di Zardi, dicono questo. Borghesi, come sempre, registrano la cattiveria dell'oggi, la nostalgia per il prima, la mancanza di sensibilità di adesso. Io sono da sempre un grande appassionato lettore di racconti (li preferisco ai romanzi) e con Paolo Zardi non resto mai deluso. Vi consiglio di leggere tutto di lui, a partire dai racconti, dai racconti usciti con la Neo.Edizioni. Magari partite da questo, poi vorrete leggere tutti gli altri ...
Paolo Zardi, La gente non esiste, Neo.Edizioni 2019

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domenica 12 novembre 2017

Una noce strana ... ma buona

Non mi era mai capitata una noce così strana. Era schiacciata su di un lato, non era la solita rotondeggiante. Era sì rotonda da un lato, ma risultava schiacciata dall'altro, come se un tir le fosse passato sopra, cosa impossibile. Se un tir le fosse passata sopra si sarebbe rotta. Invece era perfetta, come una noce normale, con un lato strano. Una noce strana, ma buona, vi assicuro.

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lunedì 20 marzo 2017

Un Pirandello nato a Padova

In attesa del nuovo romanzo di Paolo Zardi (La passione secondo Matteo, imminente l'uscita presso la solita Neo.), mi sono letto l'ennesimo piccolo libro dell'autore padovano La nuova bellezza, uscito presso Feltrinelli per la collana ZOOM Flash qualche mese fa. Tra i romanzi e le raccolte di racconti, Zardi ci ha abituati a chicche così, ebook che si possono leggere benissimo anche al pc, come ho fatto io visto la brevità del testo.
Un piccolo gioiellino La nuova bellezza, il solito geniale Zardi alle prese con i suoi temi classici: i problemi di coppia, l'attrazione fisica, i tradimenti, il sesso. Qui c'è un uomo, che dopo un brutto incidente d'auto si ritrova con una nuova faccia, una nuova faccia bellissima. Una faccia che attrae un sacco di donne, e crea disagio alla moglie, che si ritrova nel letto un volto diverso dal solito (e così in casa i figli). Non dico altro, per non bruciare la trama, aggiungo solo che il Zardi, tiene tutto su di un livello alto, senza cadere in facili volgarità (e non era scontato, visto la tematica). Il tema, e il modo di trattarlo fa pensare a Pirandello, un Pirandello nato a Padova negli anni '70.
Come mi è successo ancora leggendo Paolo Zardi, ho pensato alla trasposizione filmica del suo scritto. Leggendolo pensavo fosse adattabile al cinema da un Kim Rossi Stuart, vista l'età del protagonista, la sua bella faccia attraente, il tema "novecentesco" un po' boccaccesco un po freudiano, vicino in questo al recente film da regista e attore di Rossi Stuart, Tommaso. Be', se è alla ricerca di un soggetto per un suo nuovo film, si legga La nuova bellezza.

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sabato 3 dicembre 2016

C'è chi dice no, c'è chi dice sì ...

 C'è chi dice no, c'è chi dice sì ...

Italia, nordest, in un bar, con un ex compagno di scuola dichiaratamente di destra: si parla del referendum, Renzi, l'Italia. Non mi appassiona negli ultimi anni la politica, mi sento espulso, ma non transigo sui miei punti fermi, sui principi, sull'essere di sinistra, quella vera, sulla difesa dell Costituzione. Lui invece è di destra, consigliere comunale, ex finiano, ora meloniano. Nonostante questo, riesco a parlarci, negli anni Settanta probabilmente ci saremmo presi a pugni e sputi come minimo, oggi questo non succede, forse è un passo avanti, forse no.
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lunedì 14 novembre 2016

Te-go-li-ne!

Tegoline dall'orto di Elle et Alli
- ... e poi, come verdure?
- Tegoline.
- Prego?
- Tegoline!
- ... ?! Non capisco?
- Te - go -li -ne! ... sei sordo?
Così, al mare, Rimini o Riccione poco importa, un mio compaesano negli anni '80: voleva ordianare dei fagiolini, convinto che in tutta Italia si chiamassero tegoline. Molti amici provenienti da altre parte d'Italia, sposati con veronesi, mi dicono che spesso noi usiamo dei termini dialettali pensando siano italiano (un altro esempio classico è secchiaio, per dire lavandino). Pure Elle ne sta imparando. E voi? Come chiamate le tegoline?

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martedì 12 luglio 2016

Tutto su "I jeans di Bruce Springsteen ..."

Il titolo del libro è anche il titolo del racconto finale. Tu hai veramente i jeans di Springsteen? A leggere il racconto sembrerebbe di sì …
Certo che li ho. Sono stati appesi per anni alla parete della mia stanza, poi li ho messi dentro una scatola e li conservo come una reliquia, anche se in realtà ...

Per sapere tutto (o quasi) su I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani leggi il resto della mia intervista a Silvia Pareschi sul sito di SMEMORANDA cliccando qui ...

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giovedì 26 febbraio 2015

Due parole con i Moustache Prawn

Mi fa piacere ospitare per la seconda volta sul blog i Moustache Prawn. Un po’ perché questi giovani musicanti pugliesi sanno intrecciare le arti, un po’ perché il loro rock acido spacca al punto giusto, spacca dentro. Il nuovo loro album Erebus, uscito ufficialmente qualche giorno fa, è un vero e proprio concept-album basato sul racconto di Leo Ostuni, Skratz’ Island. Lo devo ancora leggere (magari durante l’interista ci danno il link), ma da quello che ho sentito, si tratta di un racconto fantastorico di ecologia per mente e corpo, ambientato nel 1889 su due isole dell’Antartico: alcuni scienziati tengono in schiavitù l’umanità su di un’isola, cercando di modificare il nostro habitat. Un giorno spunta dal nulla un’isola vicina, abitata da esseri chiamati Skratz … saranno caz!
Erebus, come il loro precedente album, è prodotto dalla bella realtà musicale di Puglia, la Piccola Bottega Popolare, alla quale si è affiancata la dinamica MArteLabel. Musicalmente è ben tirato, pulito, un lavoro ambizioso, che può sicuramente riportare questo magico trio fuori dai patri confini. Produzione artistica dei Moustache Prawn insieme a Graziano Cammisa (ha pure registrato e mixato il disco presso il B4SBefore Studio di Alberobello, Bari), testi di Leo Ostuni (voce/chitarra), che insieme agli altri due (Ronny Gigante, basso/tastiere/voce/ synth, e Giancarlo Latartara batterie/percussioni/cori) ha scritto e arrangiato in modo originale Erebus. Dai, parliamone! Pronti?

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martedì 12 agosto 2014

Allegro non troppo, se non vedo bisce ....

In quasi duemila km di bici, quest'anno non mi è mai capitato di vedere un serpente. Non ne sento il bisogno, sia chiaro, ma la cosa è preoccupante. Sarà la pioggia e il freddo di questa strana estate (noi rettili adoriamo il caldo), ma è quasi impossibile non averne visto manco mezzo. Ho incontrato una lepre, che se l'è data a gambe levate (dovevate vederla come zampettava nel campo di viti), e uno scoiattolo, anche lui veloce nel salire sull'albero e sparire come magicamente era comparso, ma niente bisce. Un paio di topi. Sì, dei bei rattoni, predatori di bisce, in effetti. Molti ramarri (la tradizione popolare dice che, dove c'è un ramarro c'è anche il serpente, ma io non ne ho visti), molte lucertole, anche piccolissime, cavallette e farfalle ... 
Gli anni scorsi ne vedevo di serpenti: lenti nell'attraversare mentre arrivavo in bici, con il loro strano modo di muoversi che non capisci mai dove vogliono andare (ed è questo che fa impressione), neri, anche lunghi un paio di metri, o grigi, piccoletti. Ne vedevo un sacco schiacciati dalle auto, la loro espressione terribile prima di morire (se un serpente vi fa impressione da vivo, dovreste vederlo da morto... la morte in persona, terribile), ma quest'anno mi manca pure questa esperienza. Ripeto, non ne sento il bisogno, ma lancio l'allarme ecologico. E voi? Ne avete visti? ...

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sabato 14 dicembre 2013

Paolo Zardi scrittore dell'anno


Per me Paolo Zardi è lo scrittore dell'anno. L'ho conosciuto di persona, quando Zio Scriba a febbraio ha presentato il suo Quattro soli a motore a Verona. Siamo stati poi a pranzo assieme, e conversando con lui ho trovato una persona gentile, colta, amabile (non diresti che scrive le cose che scrive a conoscerlo di persona, o forse sì...). Qualche settimana dopo, sono andato in libreria per ordinare i suoi libri: la raccolta di racconti Antropometria uscita nel 2010 con Neo edizioni, e il romanzo La felicità esiste dato alle stampe l'anno dopo con Alet. I libri sono rimasti in attesa di letture qualche settimana, e lo sarebbero rimasti più a lungo se non mi fossi infortunato al ginocchio.
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lunedì 4 novembre 2013

Uno scrittore in palude: Paolo Zardi

Quando ho letto Il giorno che diventammo umani, il recente libro di Paolo Zardi dato alle stampe per Neo edizioni, mi è sembrato di ascoltare un disco: ogni singolo racconto visto come le canzoni di un album, nel modo di sorbirlo, scriverne, parlarne; intendo personalmente, nella mia esperienza di lettore. Per questo ho pensato di proporre allo scrittore padovano un’intervista in diretta sul blog, come faccio con gli amici della scena musicale dell’underground italico. Da autore capace di affrontare sfide nuove, Paolo ha subito accettato. Mi ha fatto molto piacere, perché lo considero uno dei nostri migliori scrittori, che in soli tre libri ha creato uno stile suo, inconfondibile. Questa sua nuova uscita, da poco in libreria, è un altro bel salto di scrittura, una sorta di romanzo sotto forma di singoli racconti.
Folgorante l’esordio Antropometria, sempre per Neo nel 2010: una serie di storie forti e decise, un tuffo nell’universo della sessualità e di come questa vada a cozzare pericolosamente con le consuetudini borghesi. Ancora più spinto in questa direzione, il romanzo d’esordio La felicità esiste, con un protagonista, Marco Baganis,  preso da infinite avventure di sesso, in una sorta di lotta infelice tra società/lavoro/famiglia contro istinti animali, sani o insani essi siano. Una tecnica di scrittura invidiabile, personaggi approfonditi nella loro dimensione psichica, quasi trecento pagine che volano per il romanzo uscito con Alet nel 2011. Ora il ritorno con l’editrice dell’esordio, la Neo edizioni, per Il giorno che diventammo umani. Parliamone… pronti?  
PERCONOSCERLO MEGLIO 

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domenica 13 ottobre 2013

Il giorno che diventammo umani, che spritz!

Giovedì scorso sono andato a vedere/sentire/annusare la presentazione ufficiale del nuovo libro di Paolo Zardi, Il giorno che diventammo umani, edito da Neo, come il suo esordio. Mi è piaciuta un sacco: si è svolta in una bella libreria della mia città, Pagina 12, che, colpevolmente, non conoscevo, con patatine, stuzzichini e del buon vino (non a caso, faceva parte di una serie d'incontri denominati Spritz Letterario).  In una saletta ai piani inferiori su di un divano rosso, con gente attenta e appassionata, Paolo ha dialogato con la brava e preparatissima Marianna Bonelli. Sono uscite molte cose, si è fatto assaggiare il libro, leggendone alcune parti interessanti, invogliandoci a leggerlo. L'avrei fatto lo stesso, ma l'incontro mi ha dato l'impulso per farlo subito... 
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sabato 1 giugno 2013

Grazie al ginocchio ho letto Zardi

Circa due settimane fa mi sono infortunato ad un ginocchio. Ogni tanto devo farmi male a qualcosa, per fermarmi e trovare il tempo per leggere: una caviglia, la schiena, il ginocchio... Sembra quasi che il mio corpo lo richieda. E allora ho colto l'occasione  per leggere i due libri finora pubblicati da Paolo Zardi.
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sabato 24 novembre 2012

Una paura fottuta - racconto inedito


L’altra sera me ne stavo tranquillo nella mia cucina a mangiare un bel trancio di pizza. Quella con la scamorza e i capperi. I capperi glieli avevo aggiunti io perché mi piacciono, li ficcherei dappertutto. La birra riempiva il mio bicchiere. Birra del frate, bionda, quella doppio malto, una delle poche birre che bevo (di solito bevo vino, ma con la pizza, bionda del frate).
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venerdì 13 luglio 2012

Tre Sante - racconto inedito

Il mio amico Zio Scriba pubblica alcune volte racconti di quando ha svolto il servizio militare. Io ho fatto l'obiettore di coscienza, e in questi giorni sono passato in bici dove molti anni fa avevo fatto un campo estivo. Per questo mi è venuto in mente di pubblicare questo mio vecchio racconto indedito, in parte ispirato a quei giorni felici. Il racconto è datato 25.7.2000, quando volevo essere Bukowski ... perdonate certe ingenuità.

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mercoledì 10 marzo 2010

LIBRI: Racconti senza dimora

L’ho preso perché c’è un racconto di Gianluca Morozzi (che domani compie 39 anni, auguri) e Nino G. D’Attis, vecchie mie conoscenze letterarie, e ho trovato altri validi scrittori da seguire (alcuni all’esordio), che voglio citare: Paola Presciuttini, Guglielmo Pispisa, Claudio Morici, Maksim Cristan, Gaetano Messineo, Mauro Pettorruso. Tutti hanno scritto gratis, infatti il ricavato andrà a sostenere il progetto "SHAKER, pensieri senza dimora", il giornale di strada di Roma su cui scrivono persone senza dimora, nato alla stazione di Roma Termini nel 2007.
L’antologia ha per tema la solitudine, la paura, il freddo e la fame di chi vive per un sacco di motivazioni, per strada, ma anche la violenza irrazionale di “bravi ragazzi” di un racconto a tratti pasoliniano come il penultimo, perfetto, “Quattro colpi” di Messineo, al suo esordio. Chiude un “manuale semiserio per senza dimora di un operatore sociale, Pettorruso, per metterci nei panni di chi non ha nulla. Il resto del libro, fatto da scrittori già noti, è un viaggio tra il fiabesco e il grottesco dentro questo mondo parallelo.
La copertina trasmette molto di questi racconti: c’è un uomo seduto su di una panchina (quelle classiche, non quelle che alcuni sindaci hanno trasformato con un ferro al centro per non permettere ai senzatetto di dormirci sopra), in un paesaggio scuro, illuminato solo da una grande luna fredda. Il libro può riscaldarla.
VAI AL SITO DELLA CASA EDITRICE http://www.ecedizioni.it/

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domenica 19 ottobre 2008

Beata Ignoranza

La scuola va a rotoli con le riforme del governo Berlusconi? Non sono un genitore, non sono un maestro e manco un professore, ma quello che vedo non mi piace e allora, ripensando a quando andavo alle elementari io, ai tempi del maestro unico, ho buttato giù questo raccontino …


Berna

Adesso che è finita da un bel pezzo mi sembra una cazzata, come fare un buco nel burro con il trapano, ma quando ci andavo non la pensavo così. Quando ci sei in mezzo, le cose hanno una connotazione molto diversa da quando te ne stai con il culo in salvo, abbondantemente lontano dai guai. Su questo mio nipote ha perfettamente ragione, io torto marcio.
La scuola fa vomitare, fa schifo. È un luogo opprimente dove ti costringono ad andare. Ti devi presentare tutte le mattine alla stessa ora, e se non vuoi ci vai lo stesso. Come palestra di vita ci prende in pieno. È perfetta.
Un professore ti sta sulle palle?
Non importa.
Trovi i tuoi compagni di classe insopportabili?
Chi se ne frega.
Tu sei stato assegnato lì, e lì devi andare. Ha forse alternative il condannato a morte? e la mucca nel macello? e il topolino nella tana del serpente?
Mica glielo posso dire al nipote tutte queste cose però. Devo convincerlo ad andarci con piacere: la scuola è bella, la maestra ci vuol bene e s’imparano tante cose… tutte quelle balle lì.
Devi eseguire sempre i compiti, devi comportarti da ragazzo maturo, devi alzare la mano quando sai le risposte. A pisciare una volta sola (meglio farla nell’intervallo), se ti scappa ancora te la tieni. Mai marinare la scuola, mai rispondere sgarbatamente alle insegnanti, mai...
Bei discorsi, buone intenzioni. Ottime per il libro Cuore.
Capite anche voi che mi è molto difficile risultare convincente quando ripeto queste quattro balle a mio nipotino. Soprattutto il discorso riguardante le berne, cioè il marinare la scuola. Chissà quante berne ho fatto nella mia lunga carriera scolastica. Non si contano. Ho cominciato da piccolo, in seconda o terza elementare.
Me la ricordo come fosse ieri la mia prima volta di berna. Io e il mio amico Goccia, soprannominato così perché aveva sempre la goccia al naso. Il moccio, intendo dire.
Abitavamo vicini io e Goccia. Di conseguenza andavamo a prendere l’autobus insieme. Nel mio piccolo paese non c’era la scuola elementare (non c’è neppure adesso), così eravamo costretti ad emigrare come pendolari. Tutte le mattine sull’autobus. Pioggia, neve, vento, nebbia...
Cinque o sei chilometri sulla corriera blu, in compagnia delle nostre maestre. Tutti ai propri posti, rigorosamente distribuiti a seconda della classe scolastica d’appartenenza: quelli di prima davanti, quelli di seconda subito dietro, quelli di terza … quelli di quinta in fondo. Parlo di un paesino di due, tremila anime, quindi un pullman era più che sufficiente per tutti.
Ogni mattina la stessa storia: sveglia, lavarsi la faccia, fare la cacca e la pipì, colazione, poi di corsa alla fermata della corriera. La nostra era situata davanti all’entrata della casa delle monache, ad uno sputo dalla chiesa. Per raggiungere il bel posto avevamo due strade: una breve e diretta, quella che una persona razionale avrebbe sempre preso, un'altra più lunga e tortuosa, con una salitona sconsigliata ai cardiopatici e difficoltosa pure per un bambino con cartella piena di libroni e quaderni.
Di solito, io e l’amico Goccia imboccavamo quella breve. Naturale. Ma quel giorno, quello della mia prima berna ufficiale, no. Tra l’altro, passando per la via secondaria, si aveva modo di vedere la corriera senza essere visti. Così potevamo osservare l’arrivo del pullman, aspettare si fermasse a raccogliere i nostri compagni e poi vederlo ripartire. Noi saremmo accorsi un minuto dopo, fingendoci dispiaciuti. Il piano appariva perfetto, lineare come una stecca da biliardo: grossa in testa, fine in punta. Troppo fine.
“Mi pare di aver visto la corriera passare,” disse Goccia dopo un paio di minuti di silenziosa attesa.
“Sicuro?”
“Sì, guarda giù in fondo, è passata, mi pare.”
“Allora andiamo…”
“Forse è meglio aspettare ancora un attimo.”
“Si è meglio. Se ci vedono arrivare subito, possono pensare a qualcosa di studiato.”
“No, è che non sono sicuro che sia passata. E poi non ti preoccupare, non possono farci nulla.”
“I carabinieri sì. I carabinieri se non vai a scuola ti ci portano loro.”
“Sì, ma per un solo giorno non ti fanno niente. E poi quando scendiamo alla fermata, mica incontriamo i carabinieri. Al massimo troviamo la mamma di Maddalena che ritorna a casa… Eccola, guarda che arriva. Nascondiamoci.”
La mamma di Maddalena, chiapperi! Credo avesse gli occhi dappertutto. O, più semplicemente, fosse dotata della supervista di Superpippo.
“Cosa fate lì?”
“Niente, lui non trova più un quaderno.”
“E lo cercate nel mio orto?”
“No, è che ci siamo fermati per vedere se l’ha messo in cartella… purtroppo abbiamo perso la corriera.”
Be’ insomma, dopo quattro ciacole con questa signora, poco convinta dai nostri discorsi, ce ne ritornammo a casa. Cosa stupida. A casa c’era ancora mio papà. Ci portò subito a scuola. Anche là parevano poco convinti riguardo alla storia del quaderno di Goccia. I compagni di classe sorridevano, mentre la maestra, ascoltando la nostra versione dei fatti, faceva la faccia seria e un tantinello seccata. Nonostante questo non ci punì. No, niente di brutto o cattivo. Manco una frustata sul culetto. Del resto, che avevamo mai fatto?
Si, come esordio di berna non è un granché, devo ammetterlo. Diventando grande ho imparato a farla meglio. Nel corso degli anni mi sono specializzato, ho affinato l’arte. Nell’ultimo anno delle superiori ne ho architettate molte. Allora non c’era più Goccia, c’era Massimillo. Ma queste sono altre storie. Meglio non scriverle ora, non vorrei mio nipotino le leggesse e tentasse d’imitarmi. È un’attività pericolosa.

E PER TORNARE SERI, ECCO ALCUNI LINK UTILI
Su Smemoranda
La scuola in lotta
DA VENEZIA UNO DEI TANTI VIDEO DELLA PROTESTA

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venerdì 15 agosto 2008

Ossezia, Georgia e una cover per Ferragosto


Le cannonate e i bombardamenti in Ossezia e Georgia di questi giorni mi hanno fatto tornare in mente le guerre balcaniche degli anni novanta. Ho così deciso di proporre per i lettori del blog che non sono in vacanza (ma anche per quelli che ci sono, se hanno una connesione vicina e il pc a portata di mano), una cover di un racconto di Hemingway. È ambientata proprio in quel periodo, proprio nei Balcani. Lo scritto di Hem era ambientato in un’altra storica guerra europea di tanti anni fa, altrettanto dilaniante e sanguinosa. Chi mi scrive per primo il titolo del racconto parodiato riceverà in regalo un paio di pins dell’Alligatore (una pure con l’Alligatore di natale, rara e ricercatissima dai collezionisti).

INTANTO LEGGI LA MIA COVER


Grazie a dio sono ateo

Dentro al bar mi sentivo a mio agio. Era grande e poco illuminato e la cameriera che ci aveva servito le birre scopava attorno ai tavoli. Ogni tanto s’interrompeva per servire altri clienti, poi, con umiltà e molta tenerezza, riprendeva a scopare.
“Chissà perché scopare si dice scopare?” chiesi.
“Perché si usa la scopa.”
“No, intendevo dire, perché fare l’amore si dice anche scopare? Da cosa deriva?…chissà se anche nelle altre lingue si dice così? O che sia solo in italiano?”
I due amici dell’organizzazione umanitaria mi guardarono sbalorditi. Si fissarono con solidarietà reciproca negli occhi e ritornarono ad analizzarmi come fossi un pazzo.
Il camionista mi posò una mano sulla spalla e mi sorrise. Quindi mosse la testa come a dire no, non c’è niente da fare, questo giovane è un folle.
“Che cazzo ho detto di tanto assurdo? Ho visto la cameriera che scopava per terra e mi è venuta spontanea la domanda,” protestai nervoso.
“Si, hai ragione,” mi quietò il camionista. “Però a volte è meglio tenersele per sé certe domande che saltano fuori spontanee.”
“PUTTANA!… Non parlo più.”
Il camionista non aggiunse altro. Si limitò solamente a bere un sorso di birra e a pulirsi la schiuma dai baffetti. L’altro, quello che era quasi un prete, lo imitò sorridendo soddisfatto.
“CAZZO, mi guardate come fossi un personaggio di Fëdor Dostoevskij: l’idiota. Non si può dire proprio niente.”
I due non obiettarono nulla. Non sorrisero neppure alla mai battuta. Fissarono solamente i loro bicchieri mezzi vuoti con un atteggiamento d’indifferenza misto a finto imbarazzo. Questo mi mandò ancora di più in bestia, costringendomi ad uno dei miei famosi numeri da tribuno incazzato. Filippiche coloratissime delle quali poi mi pento. A volte.
“Si, sono un pazzo, perché ho deciso di farmi tutti questi chilometri per consegnare cibo e medicinali nel bel mezzo di una guerra e ho deciso di farlo con un camionista paternalista e un futuro parroco che non parla mai, io che sono ateo da un bel pezzo…del resto, come si fa a credere in dio in questo cazzo di posto, con le città sventrate, la gente che muore solo perché ha avuto la sfiga di venire al mondo con un cognome invece di un altro, perché ha avuto la sfortuna di nascere nei Balcani e non in Italia o in Francia, Germania, Stati Uniti… Cosa mi dite? Non sono argomenti seri questi? Domande da ragazzo impegnato? Cosa mi dici tu, don Diego? Dove se ne sta dio mentre questi saltano su di una mina schifosa, vengono bombardati da bombe intelligenti o stuprati da cazzi stronzi? Oppure fanno finta di starsene in un campo di concentramento per far contenti i potenti mass merda occidentali per quattro schei?”
“Dio sta in ogni cosa, per chi ci crede è così,” mi spiegò il quasi prete. “Per il resto sono in gran parte d’accordo con te. Quelle cose che dici fanno riflettere.”
“Se dio esiste si è dimenticato di noi,” filosofeggiò il camionista. “Questo è ciò che penso io.”
“Bene, due atei contro un religioso,” scherzò il quasi prete.
Ridemmo alla sua battuta, poi silenzio. Forse loro due riflettevano su quanto detto. Io invece guardavo la cameriera che scopava: una bella bionda tuttatette, abbronzata e ben truccata; un vitino da vespa e un fisico da modella. A guardarla bene, assomigliava parecchio ad una ragazza che pubblicizza un noto drink colorato sui cartelloni delle nostre città. Quella con il vestitino rosso e le chiappe di fuori, quelle che turbano tanto i benpensanti di casa nostra. Avrei voluto dirlo ai miei due compagni di viaggio, ma mi censurai.
Nel bar cominciava ad entrare parecchia gente. In soccorso della bella cameriera arrivarono due colleghe e un giovane con i capelli corti lisciati da qualche quintalata di gel.
“Guarda, c’è anche un tuo sosia,” scherzò il camionista dandomi una pacca sulla spalla.
“Cosa dici? Non capisco…chi?”
“Il giovane cameriere…vero che gli somiglia, don?”
“…si, un poco…”
“Ma che dite? Ha i capelli corti e non porta la barba. Senza contare che io non mi metterei mai tutto quel gel. Anzi, io non me lo metto… manco la miliardesima parte di quella che ha lui sulla testa.”
“Che cosa c’entra il gel o la barba? Io dico gli occhi e la faccia, ti assomiglia un sacco. Sembra tuo fratello.”
“Siamo tutti fratelli,” buttai lì per ridere.
Il quasi prete sorrise e mosse il capo come per sottoscrivere la mia affermazione. Avrei voluto gridarla a tutti i presenti e vedere l’effetto sui loro volti stanchi, stufi di guerre, leader nazionalisti, bombe intelligenti, cecchini del cazzo, mercenari barbuti, fascisti assassini, embarghi criminali, aiuti umanitari: SIAMO TUTTI FRATELLI. ALLELUIA!
“Vedete che a volte dico cose serie anch’io?”
“Lo hai detto perché un po’ pensi anche tu di somigliare a quel ragazzo.”
“Cos’è, oltre a fare il camionista sei anche psicologo? Leggi nel pensiero?”
“Leggo nel pensiero?”
“Va bene, hai vinto! … Pensandoci bene, e guardandomi senza barba, quel cameriere potrebbe assomigliarmi, ma io non mi sbarberò mai e non mi metterò mai del gel. Avrei preferito che tu dicessi che assomiglio al grande Emir Kusturica.”
“Perché, gli assomigli?”
“Lo spero.”
Intanto, mentre io sparavo queste ultime cazzate, la bella cameriera e il mio sosia si scambiavano effusioni dietro al bancone del bar. Si baciavano dolcemente e lui accarezzava i biondi capelli di lei.
Deglutii parecchia saliva guardando tutta la scena. Che invida! Alla fine, l’umido e rumoroso bacio del mio sosia sul collo della ragazza mi colpì dritto al cuore. Dovevo fare qualcosa o sarei scoppiato.
“Mai dire mai,” affermai balzando teatralmente in piedi. “Vado in bagno, mi taglio la barbetta e mi raso la testa. Ci ficco su gel a badilate e mi scopo, se mi passate l’espressione, la cameriera. Devo assolutamente approfittare di questa nostra somiglianza. Grazie per avermelo fatto notare, Casimiro.”
“Prego, non c’è di che,” sorrise il camionista.
Proprio in quel momento due tipi al centro del bar cominciarono a parlare concitatamente. Non capivo cosa stessero dicendo, ma mi impressionarono molto. Due che litigano in una lingua straniera non sono belli da vedere, ve l’assicuro. Tornai a sedermi.
Il camionista mi consigliò di starmene zitto e fermo. Non obiettai nulla, perché sentivo che dentro al bar stava per succedere qualcosa di veramente brutto.
Il mio sosia si avvicinò al tavolo dei due litiganti. Io non l’avrei mai fatto.
“Che succede?,” chiese sottovoce don Diego a Casimiro.
“Stanno litigando per una questione di soldi,” rispose il camionista.
“È sempre per soldi,” disse il futuro don.
“… no, no, per motivi religiosi,” si corresse il camionista.
“A volte si litiga per la fede. Tu credi in un dio diverso dal mio ed io ti uccido: bang, bang,” spiegai a don Diego.
“No…?! mi pare che… forse è per politica,” si corresse un’altra volta il camionista “Non ne sono sicuro, forse litigano per diverse cose. Non capisco bene, però non mi piace per niente,” concluse incerto e preoccupato.
Uno dei due colpì con un pugno il mio sosia, mentre questo cercava di calmarlo. La bella cameriera bionda corse verso il suo uomo, l’aiutò a rialzarsi e con un fazzolettino bianco cercò di pulirgli via il sangue. Rosso scuro, colava da una parte del labbro. Pareva di assistere ad una scena di un film muto. Un western.
Lui la spinse via bruscamente e ritornò da quello che lo aveva colpito. Io non l’avrei mai fatto.
“In questa situazione di guerra è facile perdere le staffe.”
“Già, sei sempre sotto pressione, basta un niente per accendere la miccia.”
La miccia bruciava svelta e bastarda. Mentre il cameriere boxava contro quello che lo aveva spinto via, l’altro prese in mano una sedia e la scaraventò contro il suo nemico. Questi si voltò di scatto, perdendo poi l’equilibrio e finendo dritto disteso. Anche il mio sosia rotolò a terra, sotto il corpo pesante di quello colpito dalla sedia.
“Meglio correre ai ripari,” suggerii ai mie amici.
“Già, è meglio,” acconsentì Casimiro.
“Stanno tutti cercando un riparo in attesa delle pallottole.”
Come vermi strisciammo dietro ad una grande stufa. Un posto abbastanza sicuro, rifugio di un bel po’ di clienti. Pure le due cameriere non interessate al mio sosia corsero lì. Una di loro proprio vicino a me. Ansimava impaurita e quando uno dei due nemici estrasse la pistola, un pistolone alla Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo, mi si strinse forte al petto. Potevo sentire il suo alito confondersi con il mio. Anche nelle situazioni peggiori salta sempre fuori qualcosa di bello da narrare.
“Stiamo vivendo un’avventura molto pulp,” ridacchiò il camionista, che non aveva ancora notato la 44 Magnum dell’uomo. “Quando torni in Italia avrai una buona storia da scrivere.”
“Se usciremo vivi da qui,” dissi un istante prima della forte e definitiva dichiarazione del pistolone. Doppia e senza replica.
Finalmente le forze di pace occidentali entrarono nel grande bar. Dopo una rissa, tanta paura e due stupide morti, eccole lì.
Sequestrarono subito la pistola e ammanettarono l’uomo, procedendo come in un film americano a perquisire tutti gli altri avventori. Ci trattarono con maggiore tatto degli altri e dopo averci chiesto cosa facevamo in quel bar ci consigliarono di partire alla svelta. Bravi, bravissimi, ottimo suggerimento.

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domenica 9 marzo 2008

Charles Bukowski – Una cover


Come oggi, 14 anni fa, ci lasciava Charles Bukowski. Mi piace ricordarlo e salutarlo riproponendo una mia parodia di un suo racconto, già apparsa sul sito di Smemoranda in occasione del decimo anniversario della sua morte.
Una cover, come le chiama l’amico e maestro Moroz, che sul sito della rivista Fernandel ne propone spesso di sue, tutte un sacco divertenti.
VAI AL SITO DI FERNANDEL RIVISTA http://www.fernandel2.it/rivista

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