sabato 9 marzo 2024

Volevo diventare Bukowski

 

Charles "Hank" Bukowski alla macchina da scrivere
 

Trent'anni fa esatti moriva Charles Bukowski, il mio scrittore preferito (era il 9 marzo del 1994). Io ho letto tutto di lui, anche libri usciti dopo, magari manco scritti da lui, ma pubblicati sull'onda del suo successo. Avrei voluto essere lui, diventare come lui, uno scrittore maledetto, un vecchio sporcaccione, uno senza santi ed eroi in un mondo in disfacimento. Il mondo da allora si è disfatto ulteriormente, chissà cosa avrebbe scritto lui in questa epoca ancora più folle e disastrata. 

Io, nel 2004 collaboravo con Smemoranda, il sito della famosa agenda, bruciato pure lui. Pubblicai una cover, su quel sito, cioè una parodia di un suo racconto apparso in una delle sue più famose raccolte di racconti Taccuino di un vecchio sporcaccione. La ripropongo oggi, vent'anni dopo, anche se non sono diventato uno scrittore maledetto, forse solo un vecchio sporcaccione ...bella questa!

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domenica 9 marzo 2014

Vent'anni senza Hank

Come oggi, vent'anni fa, moriva Charles Bukowski, per gli amici Hank. Se mi chiedete chi è il mio scrittore preferito vi farò sempre il suo nome, la sua scrittura mi ha preso totalmente, mi ha letteralmente acciuffato e costretto a leggere tutto di lui. Senza grandi pretese, ha descritto un mondo impazzito (in questi ultimi anni ancora di più, ci vorrebbe un Bukowski a narrarlo), con ironia, gusto per i paradossi, realismo immaginario gigantesco, tra grandi bevute e tanto, tanto, tanto piacevole strano sesso. Volevo mettere una delle sue poesie per ricordarlo, ma mi piacciono tutte, una sarebbe riduttiva. Se volete, vi in invito a leggere una parodia di un suo racconto scritta da me e pubblicata sul sito di Smemoranda dieci anni fa (la trovate qui, ripresa sul blog), ma non potete esimervi da leggere un libro di Hank, entro questo mese, (altrimenti non vi guarderò più in faccia) ... e poi Hank adorava i gatti.

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mercoledì 11 aprile 2012

Due parole con i NoMoreSpeech


Bocca impressionante sulla copertina dell’omonimo esordio dei NoMoreSpeech. A sentirli e/o vederli, direi che è perfettamente disegnata sulla base di quella vera di Alteria, vocalist del gruppo dalla criniera rosso fuoco e da una forza interpretativa davvero unica. Per la prima volta in palude, la band milanese ha la capacità di mettere a dura prova la mia coda ad ogni ascolto del cd, grazie ad un battente ritmo insistente fatto del consueto chitarra, basso, batteria più ugola. Che ugola ragazzi, mi farei mangiare da un’ugola così. Suoni, urla, ugola, etica ed estetica da musica del diavolo classica (quante bocche/labbra rosse nella nostra musica più amata?).
Rock duro, alternative metal, o come lo volete chiamare, capace di conquistare anche chi non è amante del genere, perché, ascolto dopo ascolto, ci si accorge che è semplicemente gran musica, ben fatta (pensata, suonata, masticata) che spacca. Del resto l’esperienze maturata sui palchi negli ultimi anni si sente, come la conoscenza dell’ambiente musicale su vari fronti (Alteria, tra le altre attività, conduce una trasmissione su RockTv), e giocano un ruolo importante. Sapevano cosa volevano fare, e l’hanno fatto, ed ora sono finiti in palude. Ma si rendono conto? Prima che lo facciano chiedo ai NoMoreSpeech se sono pronti. Se lo siete, partiamo, spacchiamo tutto …  

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martedì 20 settembre 2011

Due parole con gli Jolaurlo

Un manichino azzurro in pezzi su di un divano sfatto, così si presenta il nuovo cd dei giovani Jolaurlo, Meccanica e Natura. Metafora della situazione del nostro paese? Troppo facile sarebbe dire questo, l’elettro-pop danzante della band tra Bologna e Bari vola alto, sembra parlare d’altro, ma i loro titoli sono rivelatori dell’inquietudine giovane: Polistirolo, Banale, Il Caos, Senza Paura … la cover finale live di Annarella dei CCCP, spiazzante, nuova, ma allo stesso tempo simile all’originale. La riconosci subito.

In uscita per la sofisticata Irma Records di Bologna, questo loro terzo cd nasce grazie (anche) all’apporto del pubblico. “Se noi lo facciamo tu low fi?” è il progetto (premiato allo scorso M.E.I.), con il quale gli spettatori dei loro concerti hanno finanziato la realizzazione di Meccanica e Natura. Ci faremo spiegare da loro i dettagli. Pure il titolo è stato scelto dagli ascoltatori con un contest sul ricco sito della band, che invito a perlustrare in cerca di altre chicche (http://www.jolaurlo.com/). Insomma massima partecipazione, una band 2.0 consapevole dei propri mezzi. Pronti a chattare con me?

VAI AL LORO MYSPACE http://www.myspace.com/jolaurlo

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lunedì 9 marzo 2009

A 15 anni dalla morte del più grande scrittore vivente ri-leggere Charles Bukowski

Certo, la storia della letteratura mondiale è leggermente più lunga di quella del cinema e definire Charles Bukowski il più grande scrittore può sembrare un azzardo (più facile definire Kubrick il più grande cineasta). Io credo però, che lui sia il più grande scrittore vivente. Nel senso che i suoi libri sono energia pura, vita incandescente, ormoni in continuo movimento. Ho capito questo fin dal primo suo racconto letto tanti anni fa, ambientato al tavolo di un ristornate (mi pare) dove ne succedevano di cotte e di crude. Per questo, per tutti i libri venuti dopo (non me ne sono perso uno, credo, di Buk leggerei pure i biglietti della spesa), voglio ricordarlo a15 anni dalla morte: il 9 marzo del 1994, quando smettemmo per un attimo di bere…
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Charles Bukowski – Una cover

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venerdì 15 agosto 2008

Ossezia, Georgia e una cover per Ferragosto


Le cannonate e i bombardamenti in Ossezia e Georgia di questi giorni mi hanno fatto tornare in mente le guerre balcaniche degli anni novanta. Ho così deciso di proporre per i lettori del blog che non sono in vacanza (ma anche per quelli che ci sono, se hanno una connesione vicina e il pc a portata di mano), una cover di un racconto di Hemingway. È ambientata proprio in quel periodo, proprio nei Balcani. Lo scritto di Hem era ambientato in un’altra storica guerra europea di tanti anni fa, altrettanto dilaniante e sanguinosa. Chi mi scrive per primo il titolo del racconto parodiato riceverà in regalo un paio di pins dell’Alligatore (una pure con l’Alligatore di natale, rara e ricercatissima dai collezionisti).

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Grazie a dio sono ateo

Dentro al bar mi sentivo a mio agio. Era grande e poco illuminato e la cameriera che ci aveva servito le birre scopava attorno ai tavoli. Ogni tanto s’interrompeva per servire altri clienti, poi, con umiltà e molta tenerezza, riprendeva a scopare.
“Chissà perché scopare si dice scopare?” chiesi.
“Perché si usa la scopa.”
“No, intendevo dire, perché fare l’amore si dice anche scopare? Da cosa deriva?…chissà se anche nelle altre lingue si dice così? O che sia solo in italiano?”
I due amici dell’organizzazione umanitaria mi guardarono sbalorditi. Si fissarono con solidarietà reciproca negli occhi e ritornarono ad analizzarmi come fossi un pazzo.
Il camionista mi posò una mano sulla spalla e mi sorrise. Quindi mosse la testa come a dire no, non c’è niente da fare, questo giovane è un folle.
“Che cazzo ho detto di tanto assurdo? Ho visto la cameriera che scopava per terra e mi è venuta spontanea la domanda,” protestai nervoso.
“Si, hai ragione,” mi quietò il camionista. “Però a volte è meglio tenersele per sé certe domande che saltano fuori spontanee.”
“PUTTANA!… Non parlo più.”
Il camionista non aggiunse altro. Si limitò solamente a bere un sorso di birra e a pulirsi la schiuma dai baffetti. L’altro, quello che era quasi un prete, lo imitò sorridendo soddisfatto.
“CAZZO, mi guardate come fossi un personaggio di Fëdor Dostoevskij: l’idiota. Non si può dire proprio niente.”
I due non obiettarono nulla. Non sorrisero neppure alla mai battuta. Fissarono solamente i loro bicchieri mezzi vuoti con un atteggiamento d’indifferenza misto a finto imbarazzo. Questo mi mandò ancora di più in bestia, costringendomi ad uno dei miei famosi numeri da tribuno incazzato. Filippiche coloratissime delle quali poi mi pento. A volte.
“Si, sono un pazzo, perché ho deciso di farmi tutti questi chilometri per consegnare cibo e medicinali nel bel mezzo di una guerra e ho deciso di farlo con un camionista paternalista e un futuro parroco che non parla mai, io che sono ateo da un bel pezzo…del resto, come si fa a credere in dio in questo cazzo di posto, con le città sventrate, la gente che muore solo perché ha avuto la sfiga di venire al mondo con un cognome invece di un altro, perché ha avuto la sfortuna di nascere nei Balcani e non in Italia o in Francia, Germania, Stati Uniti… Cosa mi dite? Non sono argomenti seri questi? Domande da ragazzo impegnato? Cosa mi dici tu, don Diego? Dove se ne sta dio mentre questi saltano su di una mina schifosa, vengono bombardati da bombe intelligenti o stuprati da cazzi stronzi? Oppure fanno finta di starsene in un campo di concentramento per far contenti i potenti mass merda occidentali per quattro schei?”
“Dio sta in ogni cosa, per chi ci crede è così,” mi spiegò il quasi prete. “Per il resto sono in gran parte d’accordo con te. Quelle cose che dici fanno riflettere.”
“Se dio esiste si è dimenticato di noi,” filosofeggiò il camionista. “Questo è ciò che penso io.”
“Bene, due atei contro un religioso,” scherzò il quasi prete.
Ridemmo alla sua battuta, poi silenzio. Forse loro due riflettevano su quanto detto. Io invece guardavo la cameriera che scopava: una bella bionda tuttatette, abbronzata e ben truccata; un vitino da vespa e un fisico da modella. A guardarla bene, assomigliava parecchio ad una ragazza che pubblicizza un noto drink colorato sui cartelloni delle nostre città. Quella con il vestitino rosso e le chiappe di fuori, quelle che turbano tanto i benpensanti di casa nostra. Avrei voluto dirlo ai miei due compagni di viaggio, ma mi censurai.
Nel bar cominciava ad entrare parecchia gente. In soccorso della bella cameriera arrivarono due colleghe e un giovane con i capelli corti lisciati da qualche quintalata di gel.
“Guarda, c’è anche un tuo sosia,” scherzò il camionista dandomi una pacca sulla spalla.
“Cosa dici? Non capisco…chi?”
“Il giovane cameriere…vero che gli somiglia, don?”
“…si, un poco…”
“Ma che dite? Ha i capelli corti e non porta la barba. Senza contare che io non mi metterei mai tutto quel gel. Anzi, io non me lo metto… manco la miliardesima parte di quella che ha lui sulla testa.”
“Che cosa c’entra il gel o la barba? Io dico gli occhi e la faccia, ti assomiglia un sacco. Sembra tuo fratello.”
“Siamo tutti fratelli,” buttai lì per ridere.
Il quasi prete sorrise e mosse il capo come per sottoscrivere la mia affermazione. Avrei voluto gridarla a tutti i presenti e vedere l’effetto sui loro volti stanchi, stufi di guerre, leader nazionalisti, bombe intelligenti, cecchini del cazzo, mercenari barbuti, fascisti assassini, embarghi criminali, aiuti umanitari: SIAMO TUTTI FRATELLI. ALLELUIA!
“Vedete che a volte dico cose serie anch’io?”
“Lo hai detto perché un po’ pensi anche tu di somigliare a quel ragazzo.”
“Cos’è, oltre a fare il camionista sei anche psicologo? Leggi nel pensiero?”
“Leggo nel pensiero?”
“Va bene, hai vinto! … Pensandoci bene, e guardandomi senza barba, quel cameriere potrebbe assomigliarmi, ma io non mi sbarberò mai e non mi metterò mai del gel. Avrei preferito che tu dicessi che assomiglio al grande Emir Kusturica.”
“Perché, gli assomigli?”
“Lo spero.”
Intanto, mentre io sparavo queste ultime cazzate, la bella cameriera e il mio sosia si scambiavano effusioni dietro al bancone del bar. Si baciavano dolcemente e lui accarezzava i biondi capelli di lei.
Deglutii parecchia saliva guardando tutta la scena. Che invida! Alla fine, l’umido e rumoroso bacio del mio sosia sul collo della ragazza mi colpì dritto al cuore. Dovevo fare qualcosa o sarei scoppiato.
“Mai dire mai,” affermai balzando teatralmente in piedi. “Vado in bagno, mi taglio la barbetta e mi raso la testa. Ci ficco su gel a badilate e mi scopo, se mi passate l’espressione, la cameriera. Devo assolutamente approfittare di questa nostra somiglianza. Grazie per avermelo fatto notare, Casimiro.”
“Prego, non c’è di che,” sorrise il camionista.
Proprio in quel momento due tipi al centro del bar cominciarono a parlare concitatamente. Non capivo cosa stessero dicendo, ma mi impressionarono molto. Due che litigano in una lingua straniera non sono belli da vedere, ve l’assicuro. Tornai a sedermi.
Il camionista mi consigliò di starmene zitto e fermo. Non obiettai nulla, perché sentivo che dentro al bar stava per succedere qualcosa di veramente brutto.
Il mio sosia si avvicinò al tavolo dei due litiganti. Io non l’avrei mai fatto.
“Che succede?,” chiese sottovoce don Diego a Casimiro.
“Stanno litigando per una questione di soldi,” rispose il camionista.
“È sempre per soldi,” disse il futuro don.
“… no, no, per motivi religiosi,” si corresse il camionista.
“A volte si litiga per la fede. Tu credi in un dio diverso dal mio ed io ti uccido: bang, bang,” spiegai a don Diego.
“No…?! mi pare che… forse è per politica,” si corresse un’altra volta il camionista “Non ne sono sicuro, forse litigano per diverse cose. Non capisco bene, però non mi piace per niente,” concluse incerto e preoccupato.
Uno dei due colpì con un pugno il mio sosia, mentre questo cercava di calmarlo. La bella cameriera bionda corse verso il suo uomo, l’aiutò a rialzarsi e con un fazzolettino bianco cercò di pulirgli via il sangue. Rosso scuro, colava da una parte del labbro. Pareva di assistere ad una scena di un film muto. Un western.
Lui la spinse via bruscamente e ritornò da quello che lo aveva colpito. Io non l’avrei mai fatto.
“In questa situazione di guerra è facile perdere le staffe.”
“Già, sei sempre sotto pressione, basta un niente per accendere la miccia.”
La miccia bruciava svelta e bastarda. Mentre il cameriere boxava contro quello che lo aveva spinto via, l’altro prese in mano una sedia e la scaraventò contro il suo nemico. Questi si voltò di scatto, perdendo poi l’equilibrio e finendo dritto disteso. Anche il mio sosia rotolò a terra, sotto il corpo pesante di quello colpito dalla sedia.
“Meglio correre ai ripari,” suggerii ai mie amici.
“Già, è meglio,” acconsentì Casimiro.
“Stanno tutti cercando un riparo in attesa delle pallottole.”
Come vermi strisciammo dietro ad una grande stufa. Un posto abbastanza sicuro, rifugio di un bel po’ di clienti. Pure le due cameriere non interessate al mio sosia corsero lì. Una di loro proprio vicino a me. Ansimava impaurita e quando uno dei due nemici estrasse la pistola, un pistolone alla Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo, mi si strinse forte al petto. Potevo sentire il suo alito confondersi con il mio. Anche nelle situazioni peggiori salta sempre fuori qualcosa di bello da narrare.
“Stiamo vivendo un’avventura molto pulp,” ridacchiò il camionista, che non aveva ancora notato la 44 Magnum dell’uomo. “Quando torni in Italia avrai una buona storia da scrivere.”
“Se usciremo vivi da qui,” dissi un istante prima della forte e definitiva dichiarazione del pistolone. Doppia e senza replica.
Finalmente le forze di pace occidentali entrarono nel grande bar. Dopo una rissa, tanta paura e due stupide morti, eccole lì.
Sequestrarono subito la pistola e ammanettarono l’uomo, procedendo come in un film americano a perquisire tutti gli altri avventori. Ci trattarono con maggiore tatto degli altri e dopo averci chiesto cosa facevamo in quel bar ci consigliarono di partire alla svelta. Bravi, bravissimi, ottimo suggerimento.

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giovedì 1 maggio 2008

Buon viaggio Albert


Come saprete, martedì notte è partito per l’ultimo viaggio Albert Hofmann. Aveva 102 anni, ma non sarà ricordato solo per questo record, egli infatti è lo scopritore dell’LSD. Scoperta quasi casuale, avvenuta nella primavera del 1943, che ha influito in maniera determinante sull’arte e la scienza del secolo scorso. La Cultura, soprattutto la Cultura Rock, non sarebbe stata la stessa senza di lui. Ecco perché mi pare giusto riproporre un mio racconto, già apparso sul sito di Smemoranda in occasione del compleanno n.100 di Albert Hofmann: Un bambino difficile ma esemplare.
Si tratta di una cover di un famosa novella di fantascienza di Fredric Brown. Parte del titolo è preso in prestito da LSD, Il mio bambino difficile, magnifico libro dello stesso Hofmann, nel quale lo scienziato svizzero ci parla della sua fortunosa scoperta, facendoci partecipi dei successivi test, degli incontri con artisti e scienziati, delle ricerche in Messico per cercare la stretta parentela tra LSD e funghi allucinogeni, delle sue perplessità sull’uso ludico del prodotto. Da leggere assolutamente questo libro.

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Un bambino difficile ma esemplare


Finalmente un lavoro anche per me, bambino difficile alle soglie dei trent’anni. Chiamarlo lavoro è forse un’esagerazione, ma non mi viene in mente nessun altro termine al momento e allora lascio la pagina così.
L’avevo trovato sul giornale nella rubrica LAVORO&IMPIEGO, per l’appunto.
Diceva:

ANNUNCIO VIETATO

ai figli di papà;

agli sfaticati;

ai mediocri.

RISERVATO A

giovani determinati;

svegli;

con le palle

Non è che m’interessasse particolarmente lavorare per un tipo che spediva un annuncio del genere, ma desideravo tanto vederlo in faccia. Doveva essere un cazzone di quelli belli grandi ‘sto qua, però dotato di fantasia. Si fantasia, avete capito bene. Dico questo, perché i cazzoni come lui solitamente si limitavano a scrivere il classico quanto assurdo e poco coraggioso ASTENERSI PERDITEMPO, in fondo all’annuncio. Lui no, desiderava far sapere ai suoi futuri dipendenti che li voleva giovani, determinati, svegli, e soprattutto con due palle grosse così. Niente figli di papà, sfaticati e mediocri, per carità. Meglio capirsi al volo. In questo modo non si rischia di perdere tempo. Come si dice? Il tempo è denaro, no?
Così decisi di andarlo a vedere questo cazzone.
Baffettini grigi, capelli radi e pancetta nascosta male. Un architetto che stava ristrutturando delle casupole, dove vi aveva dimorato della povera gente fatta allontanare con la forza. Voleva costruire un grosso centro commerciale con tanto d’appartamentini fichi per gente fica.
“È la tua prima occupazione, mi hai detto?” s’informò lui dopo le solite presentazioni.
“Si. Ho lasciato l’università e da allora non ho fatto più nulla di concreto… a parte qualche lavoretto.”
“Bravo, è così che si deve fare. Anche questo è un lavoretto, non so se mi spiego… Insomma, per farla breve, tu devi ripulire per bene questi appartamenti: staccare prese, lampadari, ecceteraeccetera, e gettare tutto dalla finestra. Devono venire svuotate completamente queste catapecchie. Ci metterai un paio di giorni… tre al massimo. Ti pagheremooo… alla fine. Ti pagheremooo…” non gli veniva la parola.
“In nero.” l’aiutai a completare la frase.
“Proprio così. Mi hai rubato le parole di bocca. Poi, la settimana prossima, se avremo bisogno ancora di te, ti richiameremo ecceteraeccetera. Lascia i tuoi dati alla segretaria: nome, cognome, indirizzo ecceteraeccetera… e non ti preoccupare se in giro vedi qualche squatter. Gli abbiamo scacciati dai nostri appartamentini, qualcuno di loro forse tenterà di rientrare… Comunque, in zona ci saranno sempre delle volanti pronte ad intervenire… A dire la verità, lo squatter è solo uno. Gli altri sono tutti dei vecchietti ecceteraeccetera che non hanno opposto nessuna resistenza. Non ti preoccupare, non rischi la pelle ecceteraeccetera.”
“Non vorrei rischiare le palle…sono giovane, determinato e…” buttai lì per ridere.
“Si, si,” disse senza darmi ascolto. “Vai pure dalla segretaria, poi al lavoro. Sono contento per te e un po’ t’invidio, giovane alle prime armi…ah, ah, ah!”

M’invidiava l’architetto Ecceteraeccetera. Chissà se m’invidiava pure il puzzo di chiuso degli appartamentini, i ragni giganteschi che vi dimoravano con le loro artistiche ragnatele e la brutta impressione di toccare qualche scorpione ogniqualvolta raccattavo su qualcosa. Sarà stata forse una paura assurda la mia, ma quando prendevo in mano giornali impolverati, libri ammuffiti o quadri incollati ai muri, temevo sempre di svegliare dal suo letargo quel temibile insetto.
Nel primo appartamento il Che mi fissava dalla parete. Un Che Guevara moltiplicato per nove. Non quello classico, in nero su sfondo rosso, divenuto uno dei poster più gettonati della storia, ma uno in stile pop-art, alla maniera di Andy Warhol. Forse una riproduzione di un suo lavoro, chi lo sa? Un Che Guevara di tutti i colori, privato della mitica scritta HASTA LA VICTORIA SIEMPRE.
Molto probabilmente mi trovavo nell’ex dimora del temutissimo squatter: qualche libro di filosofia, alcuni volumi di fantascienza con Philip K. Dick a farla da padrone, musicassette doppiate di musica etnica, una foto di Genova 2001 con dei giovani che portavano un’enorme bandiera del Che (quello classico, stavolta). Niente armadio e niente comodini nell’enorme stanza da letto. Solo un lettone matrimoniale al centro e un vecchio pesantissimo comò accanto.
Anche la sala da pranzo, l’annesso salottino, il piccolo bagno, si presentavano quasi completamente spogli. Meglio così: liberai il tutto in fretta e furia ricevendo i complimenti dell’architetto Eccetteraeccetera passato a controllarmi.
Dopo la prima, sistemai la catapecchia di un anziano signore. Anche questa appariva molto piacevolmente nuda; solo logori mobili distribuiti male e una parete rivestita quasi completamente dalle foto in bianco e nero di una giovane donna. Poteva benissimo essere la moglie dell’anziano ex inquilino, quella donna. Non vi si trovavano foto recenti, ma solo immensi sorrisi d’epoca in bei vestiti preparati per l’occasione.
Che fosse morta da parecchi anni?
Non c’erano né libri né riviste, che tristezza. A rendere la dimora ancora più fosca notai alcune gabbie vuote per uccelli, un mazzo di strane carte e un’infinità di scatolette di medicinali. Controllai tutte le scatolette con una pignoleria inedita: alcune di queste presentavano una data di scadenza molto vecchia. Ne trovai una prodotta in Svizzera addirittura nel 1964. Si leggeva a malapena il nome: DELYSID (ndr nome commerciale dell’LSD quando veniva legalmente venduto dalla casa farmaceutica elvetica Sandoz).
A cosa serviva? mi domandai incuriosito.
Non l’avevo mai vista prima questa medicina. La lunga e stretta confezione del DELYSID conteneva alcune fiale incolori da 0,1 mg. Mentre cercavo di estrarne una dal suo alloggiamento, la scatola lunga e stretta mi sfuggì di mano, scivolò sul pavimento rompendosi dannatamente in mille fragili vetri. Il liquido gironzolava libero e gioioso dopo molti anni di prigionia. Se ne poteva trovare un po’ sulle mie scarpe, qualche goccia sui jeans e tutto il resto deliziosamente per terra.
Cercai di raccattare la poltiglia per mezzo di una cazzuola. Con la mano, attento a non tagliarmi, spinsi i vetri su di essa. Quindi, gettai tutto in un secchio. Mi accorsi solo alla fine di una piccola ferita dalla quale usciva un po’ di sangue. Inavvertitamente presi a ciucciarmi il dito e poi ricominciai a sfacchinare.
Il lavoro di sgombero, rivelatosi più faticoso del previsto, mi spinse a adagiarmi timidamente sul logoro divano giallo vomito. Temevo fosse infestato da insetti pericolosi, forse anche scorpioni, però la stanchezza prese il sopravvento su di me costringendomi alla resa.
Sonnecchiante e vuoto me ne stavo adagiato nell’attesa della pausa pranzo. Come prime ore di lavoro mi pareva potessero bastare. Mancavano all’incirca una trentina di minuti alle dodici.
Dopo quasi un quarto d’ora una nebbiolina di fumo bluastro inondò la stanza. La sensazione di vuoto e leggerezza si faceva dentro me sempre più concreta. Mi pareva quasi di volare. Le campane annuncianti mezzogiorno risuonarono strambe, monotonamente decise:

DLOON, DLOOON, DLOOOON!

Mai prima d’ora l’annuncio della pausa pranzo mi era parso così intenso e invadente. Si, lo so, prima di allora la pausa pranzo per il sottoscritto non esisteva, essendo io un disoccupato, ma quello che intendo dire è che le campane suonavano diverse dal solito. Esse parevano partire direttamente dall’interno del mio padiglione auricolare e continuare all’infinito in una melodia lunatica, una melodia arricchita da note nuove sconosciute ai più, una melodia densa e terrificante, figlia di qualche geniale mente psichedelica. Syd Barret era forse tornato tra di noi?

DLOON, DLOOON, DLOOOON!


Ad un certo punto, le campane si rivelarono alla mia vista sostituendo il lampadario. Il soffitto mancava ed esse mi sorridevano maligne e splendenti sopra la mia testa: lassù nel cielo, con il batacchio luccicante e tutto il resto a farmi sgradita compagnia.
Che cosa mi stava mai accadendo? Ero forse allergico al lavoro? Mia madre aveva ragione allora.
Scomparse le campane e il loro fastidiosissimo rumore, mi parve di essere ritornato in me. Questa sensazione non durò molto, però. Dopo quel piccolo istante di ritrovata serenità s’innalzò improvvisa ed inaspettata la coda imponente di uno spaventoso scorpione nero. E poi tutto il suo corpo. Sulla sua schiena potevo ammirare un turbinante contrasto di perline colorate. Perline dipinte con una tonalità vivida e potente. Uno scorpione bello da morire. Uno scorpione grande da impazzire. Sempre più vicino a me.
Soffocai un gemito di terrore. Cercai di razionalizzare meglio che potevo. L’impresa si rivelò ardua di fronte a quel bestione magico e impossibile… Si, impossibile. Questa dolce parolina passata quasi per caso nel mio cervello cancellò per sempre l’immagine dello scorpione, liberando la mente mia dall’allucinante sequestro.
Mi ritrovai sul divano giallo vomito, tranquillo e sereno come non mai. Dopo le campane e lo scorpione mi potevo aspettare qualsiasi cosa. Nonostante la ritrovata serenità non riuscivo a muovermi normalmente. Mi sembrava di possedere delle gambe molli e allungate. Faticavo da matti a scorgere i miei piedi laggiù in fondo, però non mi preoccupavo della cosa perché le mani, anch’esse mostruosamente allungate, riuscivano a toccare i lacci. Quei lacci rossi e lucenti che presero l’inedita iniziativa di staccarsi dalle mie clark per imprigionarmi al divano. Mi legarono orribilmente ad esso impedendomi qualsiasi movimento autonomo. Poi nella stanza atterrò un’astronave. Una navicella spaziale di tipo classico: tondeggiante, variopinta e silenziosissima. Ne discesero due strani esseri. Il loro corpo era formato da grandi rotelle di liquirizia spruzzate di verde smeraldo.
“È vero che avete rapito la sorella di Fox Mulder?” mi saltò in mente di chiedergli non appena li vidi.
“Non conosciamo Fox Mulder,” mi rispose uno dei due extraterrestri.
La sua voce, metallica come ve l’aspettereste, mi tranquillizzò un attimo. “Inserisci l’ago nel braccio sinistro,” ordinò il capo della missione.
“Hei! Un momento. Perché mi fate questo?” gridai impaurito in un raro momento di lucidità.
“Terrestre, collabora con noi e non ti sarà torto un capello. Stiamo solo eseguendo un’analisi per saggiare le capacità fisiche della tua razza. Se corrisponderanno alle nostre esigenze invaderemo il pianeta per colonizzarlo e schiavizzare i tuoi simili. Tu diventerai un esemplare da collezione. Un’esemplare che esporremo nel nostro zoo più importante.”
“Allora non è per niente vero che voi extraterrestri siete sul nostro pianeta da molti anni e collaborate segretamente con alcuni governi occidentali. Fox Mulder si è sbagliato, chiapperi!”
“Non conosciamo questo tuo amico… Fox Mulder?”
“Non è un mio amico. È solo il protagonista di una serie televisiva molto interessante alla quale credevo ciecamente. Non la fanno più in televisione adesso. Speriamo producano qualche film per il cinema. Il primo che hanno fatto era veramente bello.”
“Non l’abbiamo visto… Allora! Il responso delle analisi del sangue?”
“Cazzarola, credo sia meglio abbandonare la terra…”
“Spiegati meglio. Cosa dicono le analisi?”
“Il suo metabolismo dipende completamente dall’LSD, la sostanza che indica la strada della verità e della saggezza.”
“LSD? Non ci voleva. Questi esseri sono molto più intelligenti di quello che credevamo. Non bisogna mai giudicare dai governanti al potere.”
“Già. È meglio che scappiamo via prima che sia troppo tardi…”
Gli extraterrestri raggiunsero la loro navicella ad una velocità incredibile, mentre i lacci delle mie scarpe ritornarono al loro posto con altrettanta rapidità.
Libero, finalmente libero. Non volevo più lavorare in questo appartamento e neppure negli altri. L’architetto Ecceteraeccetera poteva andare a farsi fottere. Qualche giovane sveglio e con le palle lo avrebbe di certo trovato. Io ne avevo abbastanza. Inforcai la mia bicicletta e raggiunsi casa in tutta calma. Un viaggetto soave, lento, esaltante. Ridevo come un imbecille senza sapere il perché. Non capivo nulla ma mi sembrava bellissimo.

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domenica 9 marzo 2008

Charles Bukowski – Una cover


Come oggi, 14 anni fa, ci lasciava Charles Bukowski. Mi piace ricordarlo e salutarlo riproponendo una mia parodia di un suo racconto, già apparsa sul sito di Smemoranda in occasione del decimo anniversario della sua morte.
Una cover, come le chiama l’amico e maestro Moroz, che sul sito della rivista Fernandel ne propone spesso di sue, tutte un sacco divertenti.
VAI AL SITO DI FERNANDEL RIVISTA http://www.fernandel2.it/rivista

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