martedì 21 aprile 2020

Rece d'Alligatore: Beppe Dettori/Raoul Moretti


Beppe Dettori/Raoul Moretti, InCanto rituale - Omaggio a Maria Carta
Undas Edizioni Musicali
Fortunato incontro tra il cantautore Beppe Dettori, noto musicista con un sacco di esperienze nella musica pop italiana (non ultima, essere stato voce dei Tazenda per un certo periodo dopo la scomparsa di Andrea Parodi) e l’arpista italo-svizzero Raoul Moretti, nel nome di Maria Carta. Un omaggio alla grande artista sarda sotto forma di sette canzoni del suo repertorio più un inedito.
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martedì 20 agosto 2019

Un libro per l'estate: Fuori per sempre

Sono da sempre affascinato dai libri della Marcos y Marcos, e mi permetto di consigliarvene uno stupendo, uscito a primavera, libro dell'estate che si leggerà bene anche in autunno e in inverno (ma non andate oltre, non lasciatevi sfuggire questa lettura). Si tratta di Fuori per sempre di Doris Femminis, autrice della svizzera italiana. Il romanzo ha il gusto vintage dei luoghi dove è ambientato, tra montagne innevate, boschi incantati, piccoli paesi e città come Ginevra. Protagoniste assolute sono tre donne, tre ribelli (senza causa?), che finiscono in manicomio, ambiente che la Femminis conosce bene, essendo stata infermiera in quello di Mendrisio. La trama è il libro stesso, quindi non vi racconto altro. Aggiungo solo che ci sono molti personaggi, oltre le protagoniste, personaggi tutti ben descritti, senza cadere nel bozzettismo: dai pazienti ai parenti, dai medici al personale infermieristico ... tutti hanno una vita, tutti vengono da qualche parte e non sono lì a caso. L'autrice svizzera racconta con pazienza un piccolo mondo, il nostro, la fine della speranza di un modo diverso di vedere la malattia mentale, di cercare altre vie e il cinismo della modernità, dove non ci sono più vie di fuga, o almeno sembra. Solo grigio carrierismo dal quale sfugire in paradisi artificiali, momenti di estasi, sballo, tra uno spinello, del sesso, un concerto dei Jethro Tull (citati, amati, presenti in Fuori per sempre). C'è molta amarezza, nel mio raccontarlo, ma di quella buona, che serve. E poi, il modo di scrivere di Doris Femminis conquista pagina dopo pagina. Capisci che ha delle idee, un vissuto, una gran capacità descrittiva. Tutto questo si è trasformato in un romanzo avvincente. Da leggere!

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venerdì 28 luglio 2017

In palude con Effenberg


NOTE SINTETICHE ALL’ASCOLTO DEL DISCO
GENERE : cantautorato/pop
DOVE ASCOLTARLO (in parte o tutto) : spotify, youtube , Itunes, cd
LABEL: AbuzzSupreme
PARTICOLARITA’ : zero bugie
FB
CITTA’: Lucca
DATA DI USCITA: 26.05.2017

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lunedì 7 marzo 2016

In palude con Francesca Lago


NOTE SINTETICHE ALL’ASCOLTO DEL DISCO
GENERE Songwriting / Day dreaming
DOVE ASCOLTARLO  e comprarlo ;-) (in parte o tutto) bandcamp
LABEL Urtovox (I) / T3 Records Berlin
PARTICOLARITA’ meglio chiudere gli occhi.
SITO O FB DEL GRUPPO www.francescalago.com
CITTA’: Lugano/Milano
DATA DI USCITA novembre 2015/gennaio 2016

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lunedì 14 dicembre 2015

Storie di libraie coraggiose


L'abbiamo preso perché c'è la storia di una nostra amica, una libraia raccontata in questo Storia di libraie coraggiose, e abbiamo trovato una magnifica lettura. Dalla Sardegna alla Sicilia, dal sud al nord Italia (e anche la Svizzera italiana), Matteo Eremo ha raccolto 20 storie di libraie, pubblicandolo poi con marcos y marcos
Donne che hanno deciso di aprire una piccola libreria indipendente, molte delle quali oggi, quando, si dice, siano scomparse, fagocitate da Internet, libri elettronici, grandi catene, amazon e i suoi fratelli ... e poi la crisi, chi vuoi che compri un libro oggi? E invece ... 
Un piccolo volume appassionante, quattrocento pagine che si leggono in un attimo, lasciandoti in bocca la voglia di leggere e vivere la propria vita nonostante tutto. Sì, dopo aver letto questo libro, ti viene voglia di combattere contro i mulini a vento ... e non è una cosa da poco. Consigliatissimo!

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sabato 23 maggio 2015

Una certa somiglianza: 007 missione LSD

Ho sempre pensato fossero gemelli divisi dalla nascita, anche se la differenza di età impedirebbe questo. Mi riferisco a Sean Connery, il mio 007 preferito, il grande attore orgogliosamente scozzese, e Albert Hoffman, lo scienziato svizzero padre dell'LSD, morto a 98 anni nel 2008. Hoffman è anche autore di uno splendido libro intitolato LSD, Il mio bambino difficile, nel quale racconta la sua fortuita scoperta, mentre lavorava nei laboratori Sandoz ad altre ricerche. Mi piacerebbe vedere quel libro tradotto in film. Sean Connery sarebbe l'attore perfetto per interpretare la parte di Hoffman racconta ...

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venerdì 19 aprile 2013

Due parole con Andrea Carboni



Per la prima volta in palude Andrea Carboni, un arrivo da me molto atteso, perché appena ho ascoltato il suo disco gli ho scritto per un’intervista sul blog, e poi, dopo una serie di considerazioni e impegni reciproci, siamo arrivati ad oggi. Sì, mi ha conquistato subito, amore a prima vista, direi… e l’amore (in tutti i sensi), è il tratto dominante delle canzoni dell’album, o almeno mi sembra. Due s’intitola, con accanto due parentesi quadre. Due perché è il numero alla base della vita: da due si nasce, si cammina, ci si innamora, si litiga, ci si trova, si vorrebbe tornare … le parentesi, sono un abbraccio.
Di Due [ ] oltre alle parole e alla musica, mi ha conquistato la copertina, e i disegni nel libretto interno, ben curato, con i testi delle canzoni. Due volti, che sembrano usciti dalla mente di Modigliani, legati da un fiore (e forse dall’amore, non solo per rima), due personaggi magari di una canzone di Andrea Carboni. L’artista pisano si è prodotto da solo l’album, a dimostrazione che anche senza una label si può fare un lavoro molto buono, curato nei dettagli. Sarà il suo spirito internazionale, (ha vissuto molto a Ginevra, da piccolo, ma anche di recente, forse questa sera chatta da lì …), sarà la passione per le cose belle, sarà quel che sarà… eccoci qua. Pronti?
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venerdì 4 gennaio 2013

Due parole con Camilla Sparksss



Si apre l’anno in palude con una blog-intervista davvero particolare: Camilla Sparksss e il nuovo progetto musicale in partenza (ma sta già facendo rumore) I'll teach you to hunt. Dalla copertina del disco (un 7’’ vinyl picture disc + digital download in 500 copie), sembra una misteriosa diva del cinema muto, tipo Viale del tramonto di Billy Wilder, ma Camilla Sparksss non è altro che l’alias di Barbara Lehnhoff, dei Peter Kernel, gruppo svizzerocanadese di autentico culto. Con questo nuovo nome compie una deviazione dal solco classico del loro punk-rock, andando verso sonorità più anni ’80, con l’elettronica e le sue giocose sperimentazioni in primo piano.
I'll teach you to hunt è il primo singolo in uscita lunedì 7 gennaio (occhio al video, girato dalla stessa Barbara, dalle suggestioni David Lynch periodo Twin Peaks), e altri 4 o 5 ne seguiranno nel corso del prossimo anno e mezzo. Un modo originale di proporsi (per gli appassionati c’è pure la chicca della versione in 15 copie con polaroid), tra antico e moderno. La musica è molto ritmica, la mia coda non riesce a stare ferma un attimo quando parte; sì ballabile, ma con un gusto per la melodia e fughe oniriche. Del resto Barbara è nata nella zona boschiva dei grandi laghi, tra orsi, castori, cervi … un paesaggio da sogno che le è rimasto dentro. Per questo è finita in palude. Pronti?
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giovedì 13 dicembre 2012

Due parole con Francesca Lago



Per la prima volta in palude Francesca Lago, cantautrice milanese di stanza in Canton Ticino. Una voce di valore nel nostro panorama rock-cantantuorale, che produce musica destinata a durare, come il disco del quale vedete l’intima copertina qua sopra: Siberian Dream Map, dato alle stampe per la label svizzera On the Camper Records lo scorso anno. Un album, che a dispetto del titolo, fa sentire molto calore e colore ben rappresentati dallo scatto della cover. Veramente una foto perfetta per rappresentare il suo contenuto. Dodici pezzi facili, di un rock classico, semplice e diretto, dal sapore internazionale.
Francesca Lago, una voce e una chitarra, con molte visioni attorno. È straordinario come un impianto scarno, riesca, ascolto dopo ascolto, a creare emozioni forti: oltre a lei, Zeno Gabaglio e il suo violoncello, più una sezione ritmica essenziale (Francesco Miccolis batteria, Marco Ferrara basso). Registrato al Jacuzi Studio di Milano, prodotto da lei con Max Lotti, segna il ritorno ad un disco lungo dopo molti anni (il ritorno con il magnifico ep The Unicorn è del 2008. Potevo farmi sfuggire l’occasione di ospitarla in palude? No! Pronti?
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venerdì 22 luglio 2011

Intervista ad AbbaZabba

Ritorna sul blog dell’Alligatore, dopo quasi tre anni, AbbaZabba. Allora era dicembre del 2008, e si presentava sotto la neve, con un berretto invernale. Oggi c’è caldo, ma non ha abbandonato il berretto (forse teme l’umidità della palude), e ha in più una barba fluente. La sua musica, fatta di canzoni intimiste, tra il folk e il blues, ha preso qualcosa di pop e qualcosa di elettronico, sotto però c’è sempre lui, cantautore triestino con la sua chitarra acustica e la malinconia sapientemente mischiata all’ironia.
Il nuovo, cd uscito ad inizio anno per la label svizzera Sonic Shapes, s’intitola The Alphabet, ed è un omaggio, fin dalla bianca copertina, alle lettere dell’alfabeto con le quali AbbaZabba ama giocare molto bene. Una dietro l’altra per scrivere canzoni, per cercare di portare ordine nel caos. Niente numeri, ma lettere, anche ad elencare le canzoni dell’album: dalla lettera A di Breakfast On A Hill alla lettera M di Black And White. Ad accompagnarlo una classica rock-band, con chitarre, basso e batteria, qualche gioioso innesto di Hammond e in un pezzo la voce di Lara-B, artista slovena che ha prodotto assieme a lui il cd. Tante cose da dire, tante cose da chiedere nell’intervista che va ad incominciare…pronto?
VAI AL SUO MYSPACE
http://www.myspace.com/abbazabbahome

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giovedì 1 maggio 2008

Buon viaggio Albert


Come saprete, martedì notte è partito per l’ultimo viaggio Albert Hofmann. Aveva 102 anni, ma non sarà ricordato solo per questo record, egli infatti è lo scopritore dell’LSD. Scoperta quasi casuale, avvenuta nella primavera del 1943, che ha influito in maniera determinante sull’arte e la scienza del secolo scorso. La Cultura, soprattutto la Cultura Rock, non sarebbe stata la stessa senza di lui. Ecco perché mi pare giusto riproporre un mio racconto, già apparso sul sito di Smemoranda in occasione del compleanno n.100 di Albert Hofmann: Un bambino difficile ma esemplare.
Si tratta di una cover di un famosa novella di fantascienza di Fredric Brown. Parte del titolo è preso in prestito da LSD, Il mio bambino difficile, magnifico libro dello stesso Hofmann, nel quale lo scienziato svizzero ci parla della sua fortunosa scoperta, facendoci partecipi dei successivi test, degli incontri con artisti e scienziati, delle ricerche in Messico per cercare la stretta parentela tra LSD e funghi allucinogeni, delle sue perplessità sull’uso ludico del prodotto. Da leggere assolutamente questo libro.

INTANTO LEGGI LA MIA COVER


Un bambino difficile ma esemplare


Finalmente un lavoro anche per me, bambino difficile alle soglie dei trent’anni. Chiamarlo lavoro è forse un’esagerazione, ma non mi viene in mente nessun altro termine al momento e allora lascio la pagina così.
L’avevo trovato sul giornale nella rubrica LAVORO&IMPIEGO, per l’appunto.
Diceva:

ANNUNCIO VIETATO

ai figli di papà;

agli sfaticati;

ai mediocri.

RISERVATO A

giovani determinati;

svegli;

con le palle

Non è che m’interessasse particolarmente lavorare per un tipo che spediva un annuncio del genere, ma desideravo tanto vederlo in faccia. Doveva essere un cazzone di quelli belli grandi ‘sto qua, però dotato di fantasia. Si fantasia, avete capito bene. Dico questo, perché i cazzoni come lui solitamente si limitavano a scrivere il classico quanto assurdo e poco coraggioso ASTENERSI PERDITEMPO, in fondo all’annuncio. Lui no, desiderava far sapere ai suoi futuri dipendenti che li voleva giovani, determinati, svegli, e soprattutto con due palle grosse così. Niente figli di papà, sfaticati e mediocri, per carità. Meglio capirsi al volo. In questo modo non si rischia di perdere tempo. Come si dice? Il tempo è denaro, no?
Così decisi di andarlo a vedere questo cazzone.
Baffettini grigi, capelli radi e pancetta nascosta male. Un architetto che stava ristrutturando delle casupole, dove vi aveva dimorato della povera gente fatta allontanare con la forza. Voleva costruire un grosso centro commerciale con tanto d’appartamentini fichi per gente fica.
“È la tua prima occupazione, mi hai detto?” s’informò lui dopo le solite presentazioni.
“Si. Ho lasciato l’università e da allora non ho fatto più nulla di concreto… a parte qualche lavoretto.”
“Bravo, è così che si deve fare. Anche questo è un lavoretto, non so se mi spiego… Insomma, per farla breve, tu devi ripulire per bene questi appartamenti: staccare prese, lampadari, ecceteraeccetera, e gettare tutto dalla finestra. Devono venire svuotate completamente queste catapecchie. Ci metterai un paio di giorni… tre al massimo. Ti pagheremooo… alla fine. Ti pagheremooo…” non gli veniva la parola.
“In nero.” l’aiutai a completare la frase.
“Proprio così. Mi hai rubato le parole di bocca. Poi, la settimana prossima, se avremo bisogno ancora di te, ti richiameremo ecceteraeccetera. Lascia i tuoi dati alla segretaria: nome, cognome, indirizzo ecceteraeccetera… e non ti preoccupare se in giro vedi qualche squatter. Gli abbiamo scacciati dai nostri appartamentini, qualcuno di loro forse tenterà di rientrare… Comunque, in zona ci saranno sempre delle volanti pronte ad intervenire… A dire la verità, lo squatter è solo uno. Gli altri sono tutti dei vecchietti ecceteraeccetera che non hanno opposto nessuna resistenza. Non ti preoccupare, non rischi la pelle ecceteraeccetera.”
“Non vorrei rischiare le palle…sono giovane, determinato e…” buttai lì per ridere.
“Si, si,” disse senza darmi ascolto. “Vai pure dalla segretaria, poi al lavoro. Sono contento per te e un po’ t’invidio, giovane alle prime armi…ah, ah, ah!”

M’invidiava l’architetto Ecceteraeccetera. Chissà se m’invidiava pure il puzzo di chiuso degli appartamentini, i ragni giganteschi che vi dimoravano con le loro artistiche ragnatele e la brutta impressione di toccare qualche scorpione ogniqualvolta raccattavo su qualcosa. Sarà stata forse una paura assurda la mia, ma quando prendevo in mano giornali impolverati, libri ammuffiti o quadri incollati ai muri, temevo sempre di svegliare dal suo letargo quel temibile insetto.
Nel primo appartamento il Che mi fissava dalla parete. Un Che Guevara moltiplicato per nove. Non quello classico, in nero su sfondo rosso, divenuto uno dei poster più gettonati della storia, ma uno in stile pop-art, alla maniera di Andy Warhol. Forse una riproduzione di un suo lavoro, chi lo sa? Un Che Guevara di tutti i colori, privato della mitica scritta HASTA LA VICTORIA SIEMPRE.
Molto probabilmente mi trovavo nell’ex dimora del temutissimo squatter: qualche libro di filosofia, alcuni volumi di fantascienza con Philip K. Dick a farla da padrone, musicassette doppiate di musica etnica, una foto di Genova 2001 con dei giovani che portavano un’enorme bandiera del Che (quello classico, stavolta). Niente armadio e niente comodini nell’enorme stanza da letto. Solo un lettone matrimoniale al centro e un vecchio pesantissimo comò accanto.
Anche la sala da pranzo, l’annesso salottino, il piccolo bagno, si presentavano quasi completamente spogli. Meglio così: liberai il tutto in fretta e furia ricevendo i complimenti dell’architetto Eccetteraeccetera passato a controllarmi.
Dopo la prima, sistemai la catapecchia di un anziano signore. Anche questa appariva molto piacevolmente nuda; solo logori mobili distribuiti male e una parete rivestita quasi completamente dalle foto in bianco e nero di una giovane donna. Poteva benissimo essere la moglie dell’anziano ex inquilino, quella donna. Non vi si trovavano foto recenti, ma solo immensi sorrisi d’epoca in bei vestiti preparati per l’occasione.
Che fosse morta da parecchi anni?
Non c’erano né libri né riviste, che tristezza. A rendere la dimora ancora più fosca notai alcune gabbie vuote per uccelli, un mazzo di strane carte e un’infinità di scatolette di medicinali. Controllai tutte le scatolette con una pignoleria inedita: alcune di queste presentavano una data di scadenza molto vecchia. Ne trovai una prodotta in Svizzera addirittura nel 1964. Si leggeva a malapena il nome: DELYSID (ndr nome commerciale dell’LSD quando veniva legalmente venduto dalla casa farmaceutica elvetica Sandoz).
A cosa serviva? mi domandai incuriosito.
Non l’avevo mai vista prima questa medicina. La lunga e stretta confezione del DELYSID conteneva alcune fiale incolori da 0,1 mg. Mentre cercavo di estrarne una dal suo alloggiamento, la scatola lunga e stretta mi sfuggì di mano, scivolò sul pavimento rompendosi dannatamente in mille fragili vetri. Il liquido gironzolava libero e gioioso dopo molti anni di prigionia. Se ne poteva trovare un po’ sulle mie scarpe, qualche goccia sui jeans e tutto il resto deliziosamente per terra.
Cercai di raccattare la poltiglia per mezzo di una cazzuola. Con la mano, attento a non tagliarmi, spinsi i vetri su di essa. Quindi, gettai tutto in un secchio. Mi accorsi solo alla fine di una piccola ferita dalla quale usciva un po’ di sangue. Inavvertitamente presi a ciucciarmi il dito e poi ricominciai a sfacchinare.
Il lavoro di sgombero, rivelatosi più faticoso del previsto, mi spinse a adagiarmi timidamente sul logoro divano giallo vomito. Temevo fosse infestato da insetti pericolosi, forse anche scorpioni, però la stanchezza prese il sopravvento su di me costringendomi alla resa.
Sonnecchiante e vuoto me ne stavo adagiato nell’attesa della pausa pranzo. Come prime ore di lavoro mi pareva potessero bastare. Mancavano all’incirca una trentina di minuti alle dodici.
Dopo quasi un quarto d’ora una nebbiolina di fumo bluastro inondò la stanza. La sensazione di vuoto e leggerezza si faceva dentro me sempre più concreta. Mi pareva quasi di volare. Le campane annuncianti mezzogiorno risuonarono strambe, monotonamente decise:

DLOON, DLOOON, DLOOOON!

Mai prima d’ora l’annuncio della pausa pranzo mi era parso così intenso e invadente. Si, lo so, prima di allora la pausa pranzo per il sottoscritto non esisteva, essendo io un disoccupato, ma quello che intendo dire è che le campane suonavano diverse dal solito. Esse parevano partire direttamente dall’interno del mio padiglione auricolare e continuare all’infinito in una melodia lunatica, una melodia arricchita da note nuove sconosciute ai più, una melodia densa e terrificante, figlia di qualche geniale mente psichedelica. Syd Barret era forse tornato tra di noi?

DLOON, DLOOON, DLOOOON!


Ad un certo punto, le campane si rivelarono alla mia vista sostituendo il lampadario. Il soffitto mancava ed esse mi sorridevano maligne e splendenti sopra la mia testa: lassù nel cielo, con il batacchio luccicante e tutto il resto a farmi sgradita compagnia.
Che cosa mi stava mai accadendo? Ero forse allergico al lavoro? Mia madre aveva ragione allora.
Scomparse le campane e il loro fastidiosissimo rumore, mi parve di essere ritornato in me. Questa sensazione non durò molto, però. Dopo quel piccolo istante di ritrovata serenità s’innalzò improvvisa ed inaspettata la coda imponente di uno spaventoso scorpione nero. E poi tutto il suo corpo. Sulla sua schiena potevo ammirare un turbinante contrasto di perline colorate. Perline dipinte con una tonalità vivida e potente. Uno scorpione bello da morire. Uno scorpione grande da impazzire. Sempre più vicino a me.
Soffocai un gemito di terrore. Cercai di razionalizzare meglio che potevo. L’impresa si rivelò ardua di fronte a quel bestione magico e impossibile… Si, impossibile. Questa dolce parolina passata quasi per caso nel mio cervello cancellò per sempre l’immagine dello scorpione, liberando la mente mia dall’allucinante sequestro.
Mi ritrovai sul divano giallo vomito, tranquillo e sereno come non mai. Dopo le campane e lo scorpione mi potevo aspettare qualsiasi cosa. Nonostante la ritrovata serenità non riuscivo a muovermi normalmente. Mi sembrava di possedere delle gambe molli e allungate. Faticavo da matti a scorgere i miei piedi laggiù in fondo, però non mi preoccupavo della cosa perché le mani, anch’esse mostruosamente allungate, riuscivano a toccare i lacci. Quei lacci rossi e lucenti che presero l’inedita iniziativa di staccarsi dalle mie clark per imprigionarmi al divano. Mi legarono orribilmente ad esso impedendomi qualsiasi movimento autonomo. Poi nella stanza atterrò un’astronave. Una navicella spaziale di tipo classico: tondeggiante, variopinta e silenziosissima. Ne discesero due strani esseri. Il loro corpo era formato da grandi rotelle di liquirizia spruzzate di verde smeraldo.
“È vero che avete rapito la sorella di Fox Mulder?” mi saltò in mente di chiedergli non appena li vidi.
“Non conosciamo Fox Mulder,” mi rispose uno dei due extraterrestri.
La sua voce, metallica come ve l’aspettereste, mi tranquillizzò un attimo. “Inserisci l’ago nel braccio sinistro,” ordinò il capo della missione.
“Hei! Un momento. Perché mi fate questo?” gridai impaurito in un raro momento di lucidità.
“Terrestre, collabora con noi e non ti sarà torto un capello. Stiamo solo eseguendo un’analisi per saggiare le capacità fisiche della tua razza. Se corrisponderanno alle nostre esigenze invaderemo il pianeta per colonizzarlo e schiavizzare i tuoi simili. Tu diventerai un esemplare da collezione. Un’esemplare che esporremo nel nostro zoo più importante.”
“Allora non è per niente vero che voi extraterrestri siete sul nostro pianeta da molti anni e collaborate segretamente con alcuni governi occidentali. Fox Mulder si è sbagliato, chiapperi!”
“Non conosciamo questo tuo amico… Fox Mulder?”
“Non è un mio amico. È solo il protagonista di una serie televisiva molto interessante alla quale credevo ciecamente. Non la fanno più in televisione adesso. Speriamo producano qualche film per il cinema. Il primo che hanno fatto era veramente bello.”
“Non l’abbiamo visto… Allora! Il responso delle analisi del sangue?”
“Cazzarola, credo sia meglio abbandonare la terra…”
“Spiegati meglio. Cosa dicono le analisi?”
“Il suo metabolismo dipende completamente dall’LSD, la sostanza che indica la strada della verità e della saggezza.”
“LSD? Non ci voleva. Questi esseri sono molto più intelligenti di quello che credevamo. Non bisogna mai giudicare dai governanti al potere.”
“Già. È meglio che scappiamo via prima che sia troppo tardi…”
Gli extraterrestri raggiunsero la loro navicella ad una velocità incredibile, mentre i lacci delle mie scarpe ritornarono al loro posto con altrettanta rapidità.
Libero, finalmente libero. Non volevo più lavorare in questo appartamento e neppure negli altri. L’architetto Ecceteraeccetera poteva andare a farsi fottere. Qualche giovane sveglio e con le palle lo avrebbe di certo trovato. Io ne avevo abbastanza. Inforcai la mia bicicletta e raggiunsi casa in tutta calma. Un viaggetto soave, lento, esaltante. Ridevo come un imbecille senza sapere il perché. Non capivo nulla ma mi sembrava bellissimo.

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