martedì 22 maggio 2018

In direzione ostinata e contraria: il noce

Quest'anno, nell'Orto di Elle e Alli, abbiamo deciso di piantare anche qualche albero da frutto. Frutta che ci piace mangiare, che rende bello e sano l'ambiente. Fa più rumore un albero che cade, che una foresta che cresce? Noi cerchiamo di far crescere nel silenzio e nella pace dell'orto qualche nuovo alberello in direzione ostinata e contraria. Oggi vi presento il noce.
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domenica 3 gennaio 2010

CINEMA della crisi: Nemico pubblico/Capitalism

A dicembre vado poco al cinema, troppe cazzate sui pochi schermi rimasti. Infatti saranno un paio di settimane che diserto la sala. A gennaio riprendo. Questo 2009 ho visto parecchi buoni film però, da poter sopportare un po’ di astinenza. Due di questi sono stati poco lodati per l’aspetto filmico, invece molto alto. In alcuni casi ho letto pure delle pessime critiche, delle stroncature ingiuste. Penso a Nemico pubblico, una delle migliori pellicole di Mann in assoluto, con un Johnny Depp perfetto, come del resto tutto il cast. Impossibile non fare il tifo per lui, rapinatore/gentiluomo, grande esperto di fughe dal carcere, innamorato alla follia di una guardarobiera con sangue indiano incontrata una sola volta (…da cinema).
Questo film è la storia di John Dillinger, ma è anche la storia del nascente FBI di Hoover, che si sviluppa/ingrassa proprio grazie alla “guerra” al crimine, è la storia di nuovi metodi di investigazione (ad esempio, il controllo delle conversazioni telefoniche), è la “solita” storia del dualismo bene/male (dove sta?) del cinema di Mann.
È un film molto cinematografico, ricco di scene madri: una sparatoria in un bar nel bosco che sembra un dipinto, Dillinger a spasso per la centrale di polizia mentre fuori tutti lo cercano, il gangster al cinema a vedere un film con Clark Gable, il pestaggio della sua ragazza punita solo per il rapporto con lui, la gente che lo applaude come un eroe pop…già un eroe, perché rapinava le banche negli anni ’30, gli anni della Depressione. Non amavano molto le banche in quel periodo, come oggi del resto. Lo vediamo anche nell’altro film sottovalutato, uscito in questi ultimi mesi dell’anno, l’anno della crisi non più nascosta: Capitalism – A Love Story di Michael Moore.
Sì, una storia d’amore quella del capitalismo, amore a senso unico, dove a prendere sono sempre quelli (i ricchi, sempre più ricchi) e a dare tutti gli altri (i poveri, sempre più poveri). Analisi semplicistica? Meglio che non sia complicata come quelle teorie economiche alla base degli investimenti bancari (investimenti?) responsabili dell’attuale crisi. Gli stessi economisti interpellati da Moore non riescono a spiegarle (anche se l’avevano inventate/sostenute loro). Sembra di vedere un film demenziale, invece è la realtà: grosse compagnie che stipulano polizze sulla vita dei propri dipendenti per guadagnarci, fabbriche produttive chiuse (ma gli operai si organizzano e ridanno vita al loro lavoro), la “paura” usata da Bush Jr a fine mandato per far votare dal parlamento dei finanziamenti alle banche, piloti d’aerei sottopagati costretti a fare altri lavori…la fine del sogno americano.
Obama sarà il nuovo Franklin Delano Roosevelt? E Roosevelt è stato veramente un grande? Di sicuro aveva ben in mente cosa serve ad una nazione per prosperare e non ricadere nella crisi: lavoro per tutti, dignità, diritti sindacali, sanità garantita, servizi pubblici…è un immagine bella quella proposta a fine film di un filmato del 1944 con il presidente di allora serio e convincente a dettare questa “carta dei diritti”, bruciata dopo la sua morte.
Una bella immagine da contrapporre ad un’altra pessima all’inizio, quella con Ronald Reagan a Wall Strett nei primi anni ’80. Accanto a lui uno sconosciuto (un potente uomo d’affari, ci dice Moore), che comanda al Presidente Usa di sbrigarsi: avanti, taglia, taglia (il discorso). Si nota sul volto del presidente-cowboy un attimo di turbamento; solo un attimo però. Poi riprende il suo sorriso di sempre da bravo attore. Una maschera al servizio del capitale. Questo sono stati i politici (dopo Roosevelt), dice il film. Altro messaggio semplicistico. Ma forse non è il messaggio il meglio del cinema di Moore. È il modo di muoversi del suo corpaccione da americano medio (pre-crisi) sulle miserie della società che impressiona. Non è un rivoluzionario, ma lo sembra. Questo è il problema.

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domenica 27 gennaio 2008

Sundance 2008: Tarantino con la pin dell’Alligatore

Oggi mi sento un gonzo journalist. Oggi ho incontrato un mito vivente. L’ho incontrato quasi per caso, dopo averlo cercato inutilmente. Oggi ho incontrato Quentin Tarantino e sono riuscito, finalmente, a donargli la pin dell’Alligatore …
Sono entrato in un locale caratteristico e ho visto subito il suo berretto (il berretto che c’è in tante versioni nel sottovalutatissimo Jackie Brown). Vuoi vedere che c’è Quentin, mi sono detto. Ho gironzolato nel piccolo bar di montagna (con tanto di corna di cervo appese, fucile di Hemingway, legna scoppiettante) e ho visto il papà di Pulp Fiction seduto da solo, in un angolo. Beveva del caffé con delle paste. Mi sono avvicinato, poi, con il mio povero inglese mi sono presentato. Quando ha sentito che vengo dall’Italia ha cominciato a parlarmi di Lucio Fulci, che adora. E poi di Barbara Bouchet, che straadora …
È vero, non dico niente di nuovo, Tarantino sul cinema di casa nostra ha delle idee tutte sue (del resto, uno che si è formato in un negozio di noleggio videocassette negli States anni ‘80 cosa può aver visto? Antonioni? Pasolini?). Ma almeno conosce un sacco di nomi del nostro cinema stracult, e per uno statunitense è già molto, visto la loro chiusura culturale.
Ovviamente ho chiesto a Quentin di posare con una delle mie pins. Non ha voluto per una questione di diritti fotografici, da quello che ho capito. Ma almeno ha accettato di immortalare il suo berretto con l’ormai mitica pin. Ho chiesto quante possibilità di vittoria ha Riprendimi, ma lui non ha detto nulla, anche se è nell’altra giuria e non deve “giudicare” il bel film di Anna Negri.
Tarantino è veramente come lo vedi. Un icona pop vivente.

In questi giorni di festival mi sono visto un sacco di documentari. Sì perché quella dei documentari sembra essere la nota dominante del festival (o almeno del mio festival; trai tanti film è difficile muoversi).
Non potevo mancare alla visione di Gonzo: The Life and Work of Dr. Hunter S. Thompson, di Alex Gibney. Personaggio a tutto tondo Hunter S. Thompson, esperto di droghe e armi, pazzo come un cavallo e come il quadrupede capace di macinare strada senza fermarsi mai; il padre del gonzo journalism è l’uomo ideale per un documentario avvincente. Grande amico di Johnny Deep (c’è il suo zampino in tutto il film), pezzo meno riconciliato della controcultura a stelle e strisce, Hunter S. Thompson sembra un personaggio inventato. Difficile capire dove finisce l’arte e comincia la vita (anche viceversa).
Sempre a proposito di controcultura Usa (anzi, controcultura punto e basta), segnalo Patti Smith, Dream of Life di Steven Sebring, noto fotografo al debutto cinematografico. Il film è un misto ben congegnato di immagini di repertorio, sogni, testimonianze. Nonostante abbia gli elementi classici del doc su personaggi noti (magari di quelli in campo musicale) sembra avere un qualcosa in più: forse, quel qualcosa in più, è solo la sacerdotessa del rock (accidenti, mi sono perso il suo concerto, non me lo perdonerò mai …).

Quotazioni in crescita per Riprendimi. L’Alligatore continua a fare il tifo per Anna Negri, non perché italiana ma perché la precarietà ha preso tutti noi, ed è bello vedere in un film anche degli artisti precari (di solito si pensa che la gente di cinema sia ricca); la precarietà è dei giornalisti, come dei musicanti, degli attori come dei telefonisti del call center …

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