sabato 11 ottobre 2014

Cinema: Italia oggi... o quasi

Un film davvero unico, dove vero e falso si mescolano. Un film vivo, nato ai tempi di Berlusconi e finito con lui (in tutti i sensi). Veramente strano il destino di questo cult-movie assoluto, di questo autore di autentico culto, Franco Maresco (senza Ciprì, compagno di tante avventure, al cinema e in televisione; come dimenticare CinicoTv?). Belluscone, attraverso il personaggio in bianco e nero Ciccio Mira, agente di cantanti neomelodici che impazzano alle feste di paese e nelle tv locali, racconta della passione per Berlusconi di un’intera regione, la Sicilia della mafia (che, dicono, abbia da sempre puntato su di lui). Il sottotitolo è, infatti, Una storia siciliana, ma, credo, a parte il folclore/colore di fondo, un film così si sarebbe potuto girare in qualsiasi regione italiana, compreso il mio Veneto. La fascinazione per il caimano, è stata purtroppo, comune a tutta Italia, regioni rosse escluse. Il film, nel suo avanzare come un vero giallo, ci dice che Berlusconi non va più di moda, è una "cosa" del recente passato sostituita abilmente da personaggi quali Grillo e Renzi (ci mostrano pure la sua comparsata dalla De Filippi in giacca di pelle alla Fonzie). Belluscone però, non è un documentario politico, ma un vero e proprio film surreale, meglio, grottesco, con personaggi altrettanto grotteschi,  dei freak, come vengono chiamati Ciccio Mira e i suoi neomelodici, da Sanguineti. Tatti Sanguineti, un Sanguineti grandioso investigatore privato all'amichevole ricerca per Palermo del regista scomparso. Sì, perché Maresco c'è,  anche se non c'è, preso nel ruolo di regista depresso, alle prese con un film impossibile, morente, tra denunce e misteriosi incidenti sul set (memorabile l'intervista a Dell’Utri, con un microfono rotto proprio nel momento topico, quando il senatore condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, stava facendo rivelazioni importanti). Da vedere assolutamente

Anime nere è un film forte e deciso, una storia poche volte raccontata dal nostro cinema, una storia di tre fratelli originari dell'Aspromonte, con delle scelte di vita diverse: uno è trafficante internazionale di droga, un altro imprenditore edile al nord, apparentemente rispettabile (ma ricicla il denaro sporco del primo), un terzo è rimasto a casa, coltiva la sua terra e non ne vuole sapere dei primi due. Sarà proprio il giovane figlio di questo a scatenare una guerra di mafia, la ‘ndràngheta, che riunirà i tre fratelli e avrà un esito tragico. Recitato quasi tutto in dialetto calabrese, appare cupo e triste: senti una chiusura fisica e mentale paurosa, sia nel paesaggio sia negli atavici rituali di questa mafia diventata una delle più forti grazie anche ai legami di sangue. Senti una distanza totale dalle istituzioni, a partire dai carabinieri, senti una lontananza dallo Stato assoluta. E poi le facce, facce che non dimentichi, poco italiane (paradossalmente, la più italiana è quella di Barbora Bobulova, attrice sempre più presente nel nostro cinema d'autore). Liberamente tratto da l'omonimo romanzo di Gioacchino Criaco edito da Rubbettino (quello di Blocco 52 di Lou Palanca) , è stato presentato alla recente Mostra del Cinema di Venezia con discreto successo e qualche sterile polemica di politici locali. Anche questo da vedere assolutamente ...

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