Ho voluto vedere subito questo film per diversi motivi. Sono un pacifista integrale, lo sapete, anche perché circa dieci anni fa ho incontrato Terzani mentre leggeva le sue Lettere contro la guerra. La pellicola, uscita oggi, ritrae il Terzani degli ultimi giorni di vita, quando chiamò accanto il figlio Folco per scrivere insieme a lui l’ultimo libro, La fine è il mio inizio. 
Bruno Ganz interpreta Terzani, e devo dire la verità, è una mezza delusione. Per interpretare il giornalista fiorentino avrei visto bene solo Terzani stesso. Gigionesco, capace di giocare con le parole, raccontare le sue storie, dal Vietnam alla Cina, dagli States nel ’68 all’URSS in disfacimento, dalla malattia all’Afghanistan e alle guerre del nuovo millennio (grave malattia del genere umano), Terzani era un grande personaggio. Una grande connotazione fisica la sua: negli ultimi anni vestito sempre di bianco come la sua lunga barba, gesticolante, pieno di vita, di prorompente vitalità. Ganz cerca di copiarlo, ma esagera, come può fare uno straniero cercando di imitare la gestualità italica.
Nonostante questo il film è da vedere. Penso allo splendido scenario dell’Orsigna, nella piccola casa di campagna con delle montagne vicine molto somiglianti all’Oriente amato da Tiziano. Non l’avevo mai vista l’Orsigna, ma ben immaginata leggendo il libro La fine è il mio inizio. Era così. Penso all’interpretazione di Elio Germano, per me il più grande attore italiano in circolazione (l’ho già scritto sul blog, prima del premio a Cannes dello scorso anno). È lui il figlio Folco, richiamato dal padre per registrare con un semplice microfono le sue ultime parole. Germano riesce a mantenere la pellicola in carreggiata grazie alla sua recitazione “a togliere”. Misurato, senza cedimenti, è perfetto e se La fine è il mio inizio non deraglia il merito è in gran parte suo.

Del resto era un film atteso e rischioso. Un film in uno scenario unico, con un padre che parla al figlio della sua vita, mentre un cancro lo uccide poco a poco. Vicino c’è la moglie, poi verso la fine arriverà la bella figlia e i nipoti, invitati dal nonno ad avvicinarsi ad un grande albero con gli occhi (messi da lui stesso, perché imparino che la natura è viva e bisogna rispettarla). Insomma, si rischiava di fare di Terzani un santino, con buone idee, ma dal punto di vista cinematografico retorico, poco interessante per chi non l’ha conosciuto e superfluo per chi l’ha letto. Credo invece che vada visto, anche come invito alla sua lettura, a partire da Lettere contro la guerra (e il pensiero va ai bombardamenti sulla Libia quando parla delle ultime guerre contro le quali si è battuto: Terzani domani sarebbe con Gino Strada a Roma).

Ho qui vicino quel libro, con la dedica del grande scrittore vergata con l’inchiostro viola, il suo colore preferito. Il colore della sua sciarpa dentro la quale stanno le sue ceneri nell’ultima scena del film. Il figlio le porta sulle montagne dell’alta toscana per disperderle nel cielo come da sua ultima richiesta. Una scena che non mi ha fatto scattare la lacrimuccia (a differenza di altri spettatori), ma sorridere, quasi ridere, come voleva lo stesso Terzani, consapevole dell’essere parte della natura, consapevole della reincarnazione come verità fisica ineluttabile.
SITO DEL FILM http://www.lafineilmioinizio.it/
Etichette: Bruno Ganz, Cina, Cinema, Elio Germano, emergency, Firenze, Gino Strada, Jo Baier, La fine è il mio inizio, Lettere contro la guerra, Miti, Orsigna, Pace, politica, Terzani, Toscana, Vietnam