
È un film di superficie, come quasi tutto il cinema di
Ang Lee, ma questo non vuol dire che sia un film superficiale, e come tutti i film sul
’68 (sì, va bene, in senso lato) è un film con luoghi comuni (rock, libertà, amore libero, droghe, nudismo, comunitarismo …) portati alle estreme conseguenze fino a diventare cinema. Ed è così pure per questo “dietro le quinte di
Woodstock”, il concerto dei concerti, l’evento rock per antonomasia, non sappiamo quanto fedele (si legga
Taking Woodstock, di
Elliot Tiber, Rizzoli), ma in buona parte plausibile (a parte certe macchiette, che è meglio lasciare da parte).

Il personaggio del ragazzo dinoccolato, gay nascosto, represso da genitori incapaci di mandare avanti il loro motel, funziona. Forse per l’aspetto vagamente orientale, forse per il suo dandysmo, ricorda certi personaggi del cinema di
Hanif Kureishi. È lui l’inconsapevole motore di
Woodstok, quello che per caso offre all’amico hippy l’opportunità di svolgere il concerto all’ultimo momento (infatti, come saprete, il concerto dei concerti stava per sfumare): ha una licenza per la solita esibizione estiva per pochi intimi; la cede al grande gruppo organizzatore e il mito prende vita.
Il suo piccolo motel diventa la base di tutto e finalmente i genitori riescono a ripianare i debiti e a diventare ricchi. Tutto il paesello diventa ricco, anche chi contesta il giovane e la sua scelta di aiutare l’organizzazione del concerto. Lo attaccano duramente, fingono di temere l’invasione dei cappelloni, tengono carico il fucile come bravi patrioti, pronti ad usarlo alla maniera del finale di Easy Rider, ma non si fanno sfuggire l’occasione di sfruttare commercialmente il passaggio di migliaia di giovani sul proprio territorio.
Certo, Woodstock non è stato solo tre giorni di pace, amore e musica (è stato anche questo), ma pure un bel business. Però è banale dirlo, e allora Ang Lee, pur mostrando senza esitazione tutti quei soldi che girano, butta dei luoghi comuni pesanti come macigni (il suo cinema è un accumularsi di luoghi comuni) con scene che però restano in piedi da sole, tante volte le abbiamo ormai viste: dal bagno nel fango a quello nudo nel laghetto circostante, dal viaggio con lsd dentro al pulmino Volkswagen (tentando di mostrarci le illusioni ottiche tipiche dei viaggi di quel tipo), dalla performance teatrale stile Living Theatre (ho scritto “stile”), alla collinetta spoglia e devastata dopo quei tre giorni, ridotta quasi come dopo una battaglia in Vietnam (e non manca certo il ragazzo sballato dopo essere ritornato dalla sporca guerra). Insomma, accumula tanti e tali luoghi comuni che alla fine il film sembra tenere. Oppure ho avuto un trip negativo?

Questa è più di una manifestazione artistica e musicale: è la nascita di una nuova nazione, la Nazione di Woodstock. Siamo contro la guerra. Rispettiamo la libertà, la musica, i diritti civili di ogni persona. Venite qui e diventerete cittadini della Nazione di Woodstock.
Elliot Tiber, Taking Woodstock
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