giovedì 29 settembre 2022

Il mio libro al MEI

Forse lo saprete già, avendolo letto su altri social, forse no, e allora ve lo comunico qui, il mio libro Giovani, musicanti e disoccupati edito da Arcana sarà presentato al MEI di Faenza, giunto alla 25 edizione. 

Domenica alle ore 15,00 sarò intervistato dalla giornalista Simona Cantelmi e ci sarà con e Houdini Righini, tra gli intervistati del libro. Per me è un obiettivo raggiunto essere al MEI ed esserci per parlare di questo piccolo prezioso libro uscito nell'aprile del 2021. Molte cose sono cambiate da allora, dentro e fuori di me, ma rimane l'attualità della precarietà delle nostre vite, musicanti o meno, e credo sia bene ricordare cosa è stato il periodo di blocco totale nel 2020, la Pandemia che ha sconvolto tutto. Niente è stato più come prima, o almeno questa è la mia sensazione. E allora venite al MEI a parlarne...

Qui sopra il programma della giornata di domenica, qui di tutti i giorni dal 30 settembre al 2 ottobre con molte manifestazioni, incontri, riunioni, concerti dove potrete incontrarmi.
 

 

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giovedì 11 febbraio 2010

Il giornalista sul tetto

Per questo mio post mi è venuto in mente un titolo ironico e citazionista, Il giornalista sul tetto, tipo quelli che, tra le altre cose, hanno reso famoso il manifesto. Purtroppo non c'è nulla da ridere, come è noto, la crisi economica è anche crisi di democrazia e ridurre le voci fuori dal coro è un brutto segnale.

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domenica 30 agosto 2009

CINEMA: Generazione 1000 euro, oggi zero …

Finalmente sono riuscito a vedere Generazione 1000 euro, il film tratto dal famoso libro (poi anche blog) di Antonio Incorvaia, mio vecchio amico di penna e Alessandro Rimassa. Un film sfortunatamente uscito a fine aprile, quando i cinema in Italia si svuotano, ma che merita una visione in sala, o al massimo in video. Io l’ho ripescato in un cinema estivo, all’aperto e questo ha forse giovato alla pellicola. L’ho trovata infatti una bella commedia dai tempi perfetti, con bei personaggi (anche di contorno), battute ben assestate e dove niente è lasciato al caso (anche se il finale non è del tutto credibile, ma è il cinema, ragazzi…).
La storia è in sostanza quella del libro, con qualche ovvio cambiamento/semplificazione (ho tanta voglia di rileggerlo): ci sono questi trentenni nell’unica metropoli italiana, Milano, con contratti a termine, il frigo vuoto, il conto corrente sempre in rosso, l’affitto e le bollette da pagare. Una vita precaria, insomma. La prima generazione messa peggio di quella dei loro padri, come recita bene una battuta del libro/film (ed oggi siamo andati ancora oltre, grazie proprio al liberismo, alla bella idea dei contratti a termine e del precariato istituzionalizzato…siamo alla generazione 0 euro!). Il film gioca molto sulla vita di Matteo, abbandonato dalla fidanzata, con un lavoro competitivo in un’agenzia di marketing, con le prospettive che sembrano aprirsi e poi richiudersi per poi riaprirsi, con due nuove storie d’amore (la bionda, sua capetta nell’azienda dove lavora, e la bruna, insegnante precaria, arrivata per caso nell’appartamento diviso con l’amico simpatico e pasticcione, quello che sogna di battere il Brasile alla playstation giocando con l’Andorra; queste le ultime utopie della mia generazione?).
Un personaggio da commedia all’italiana classica, quello interpretato dal buon Alessandro Tiberi, come il suo amico Francesco (Francesco Mandelli) e la bruna (Valentina Lodovini, che adoro) e la bionda (Carolina Crescentini, che non conoscevo, ma ho trovato perfetta). Massimo Venier quindi si stacca dai soliti personaggi di derivazione televisiva e insegue Monicelli con questi giovani carini, sull’orlo della disoccupazione/depressione e la partecipazione straordinaria, di peso e importante (per la sua storia, non solo filmica) di Paolo Villaggio (merita un post tutto suo, prima o poi lo farò).

Chissà oggi dove saranno questi giovani? Cosa (non) faranno? Il recente libro di Incorvaia e Rimassa, uscito poco prima del film (Jobbing- Guida alle 100 professioni più nuove e più richieste) non lo dice (non è e non vuole essere il seguito di Generazione 1000 euro). È semplicemente una “guida”, come dice il titolo, ai lavori di oggi (o forse di qualche mesetto fa), superata dagli eventi e con un’impostazione che non mi piace: …stiamo passando dal lavoro dipendente al lavoro intraprendente… recita la prefazione di Walter Passerini. Sono discorsi come questi, che ci hanno portati sull’orlo del baratro. E poi, un discorso così non è superato è doppiato… lasciamo stare. Se non altro ho scoperto che esiste anche la professione del blogger, cioè di chi cura un blog non in modo amatoriale come noi, ma per aziende. Ci facciamo un pensierino?
PER SAPERE DA DOVE NASCE IL FILM
http://www.generazione1000.com/

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lunedì 26 gennaio 2009

Abbonato a il manifesto, affezionato a Radio Base Popolare

Anche quest’anno, a gennaio, è scaduto il mio abbonamento a il manifesto, anche quest’anno sono andato in posta e ho rinnovato. Quest’anno avevo un motivo in più per abbonarmi: la crisi che attanaglia il manifesto e la stampa indipendente in genere. La crisi economica è crisi democratica, sarebbe un errore dimenticarlo. Per questo l’ho fatto, anche se le notizie ormai le trovo in rete, e, preso da mille cose, mi ritrovo spesso a leggere cinque/sei/sette manifesti tutti in un colpo. Questo contraddice quello che diceva uno dei fondatori del quotidiano comunista, Luigi Pintor: un giornale il giorno dopo è buono solo per incartare il pesce. Perde d’attualità.
E invece no, il manifesto lo puoi leggere anche una settimana dopo e non è invecchiato, ma tiene bene l’usura del tempo a differenza di altri quotidiani fotocopia. Questa è la sua forza, questo lo può salvare, ai tempi di Internet, dalla scomparsa. Buoni, in questo senso, anche gli sforzi, per rinnovare il sito web nel senso della contaminazione con la Rete. Ottimo, mettere come editoriali i pezzi del blogger pacifista Vittorio Arrigoni, direttamente da Gaza (http://guerrillaradio.iobloggo.com/), senza filtri.
Rimanendomi in tasca altri 10 euro, ho deciso di darli a Radio Base Popolare di Mestre, una radio del circuito di Popolare Network dove si ascolta musica vera e notizie non preconfezionate. Forse proprio per questo, anche loro sono in crisi.

Radio Base l’ascolto soprattutto il sabato pomeriggio, quando l’amica Press Sheep intervista in diretta giovani scrittori per la sua rubrica L’OVILE LETTERARIO (dalle ore 16,00), all’interno della trasmissione musicale FRANKY’S MOTEL di Stefano Vettoretti (molto bella, con vera musica giovane, inizia alle 14,30). Se siete lontani da Venezia, ascoltatela in streaming, come faccio io, cliccando qui
http://www.radiobase.net/index.php?id=14,6,0,0,1,0
Entrate pure nell’affollata e per niente cretina chat, per vivere ancora più intensamente la trasmissione. Io ci vado spesso. Diventerà un vizio creativo e proverete del vero affetto per la radio.
http://www.radiobase.net/

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sabato 29 novembre 2008

Carta, abbonarsi ad un giornale morto ammazzato

L'ALTRO GIORNO HO RICEVUTO QUESTA E-MAIL
Caro Alligatore, sono Gianluca Carmosino, redattore di Carta, settimanale al quale sei stato in passato abbonato e che, come forse saprai, ha promosso una campagna dal titolo «Abbonatevi a un giornale morto ammazzato». Ti scrivo per spiegarti gli obiettivi della campagna, naturalmente nella speranza di invogliarti a ritentare l'esperienza, ma anche per raccogliere la tua opinione. In poche parole, il bilancio di una cooperativa povera ma indipendente come Carta soffre principalmente a causa del sistema della distribuzione in edicola che maltratta i piccoli giornali. Per questo, se noi avessimo, ad esempio, 3/4 mila abbonati, e non 2 mila, potremmo progressivamente ridurre la tiratura, quindi risparmiare sui costi di carta, stampa e distribuzione, e ad esempio andare in edicola solo nelle grandi città e in altre città solo su richiesta, magari cercando anche «punti vendita» alternativi, botteghe o associazioni. Proponiamo allora «abbonatevi a un giornale morto ammazzato» [dal governo che ha deciso di eliminare - anche se non da subito - i finanziamenti all'editoria cooperativa] ma diciamo anche «abbonatevi per due anni», cioè scommettete con noi che saremo in grado di spedirvi il settimanale anche l'anno prossimo e quello dopo. O ancora «abbonatevi in compagnia», ovvero regalate l'abbonamento a un amico. In questi due casi il prezzo dell'abbonamento sarà più basso, per incoraggiare a fare questo passo. In cambio, oltre a pagare la tariffa di posta prioritaria [per far arrivare puntuale il settimanale], offriamo agli abbonati alcuni servizi aggiuntivi, oltre al tradizionale omaggio [specialmente cose buone da mangiare], di cui trovi notizie sul sito http://www.carta.org/campagne/editoria/15235
Per qualsiasi informazione puoi comunicare anche con Andrea dell'Ufficio Abbonamenti[abbonamenti@carta.org, tel. 06 45495659].

Ti chiedo comunque di rispondere anche brevemente a questo messaggio, per capire meglio quali sono i motivi per i quali decidi di abbonarti oppure no. Nel suo piccolo, anche questo vuole essere un modo per migliorare il nostro lavoro. In ogni caso grazie davvero per l'attenzione.

Gianluca Carmosino, CARTA

Tutto sulla campagna

IO HO RISPOSTO CON QUESTE PAROLE

Ciao Gianluca. Devo dire che nell'ultimo periodo ho pensato molto ad abbonarmi a Carta, sia per la crisi economica che attraversate, sia perchè ho ben presente che una crisi economica è anche una crisi di democrazia e in questo periodo il rischio è alto, sia perchè Carta mi piace, come stile e contenuti. Non misono ancora abbonato e forse non lo farò per motivi di tempo e anche economici. Purtroppo, bisogna dirlo, la Rete mangia tempo e spazio alla stampa tradizionale e ho paura (tempo fa non ci credevo) che si stia avvicinando sempre di più la tanto paventata scomparsa della stampa su carta. Spero di sbagliarmi, spero sia possibile una pacifica convivenza tra i due, ma da quello che si vede sembra sempre più vicina.
Alligatore

SUA RISPOSTA

Caro Alligatore, prima di tutto grazie per la risposta. La relazione tra web e stampa è un tema importante: anche per questo dedichiamo tante attenzioni al sito http://www.carta.org/ [a differenze di qualsiasi altro giornale e settimanale di sinistra che va in edicola], ma è chiaro che anche il lavoro in rete ha bisogno di un sostegno economico.


Un saluto da collettivo di Carta
Gianluca Carmosino

IL DIBATTITO E' APERTO...

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domenica 19 ottobre 2008

Beata Ignoranza

La scuola va a rotoli con le riforme del governo Berlusconi? Non sono un genitore, non sono un maestro e manco un professore, ma quello che vedo non mi piace e allora, ripensando a quando andavo alle elementari io, ai tempi del maestro unico, ho buttato giù questo raccontino …


Berna

Adesso che è finita da un bel pezzo mi sembra una cazzata, come fare un buco nel burro con il trapano, ma quando ci andavo non la pensavo così. Quando ci sei in mezzo, le cose hanno una connotazione molto diversa da quando te ne stai con il culo in salvo, abbondantemente lontano dai guai. Su questo mio nipote ha perfettamente ragione, io torto marcio.
La scuola fa vomitare, fa schifo. È un luogo opprimente dove ti costringono ad andare. Ti devi presentare tutte le mattine alla stessa ora, e se non vuoi ci vai lo stesso. Come palestra di vita ci prende in pieno. È perfetta.
Un professore ti sta sulle palle?
Non importa.
Trovi i tuoi compagni di classe insopportabili?
Chi se ne frega.
Tu sei stato assegnato lì, e lì devi andare. Ha forse alternative il condannato a morte? e la mucca nel macello? e il topolino nella tana del serpente?
Mica glielo posso dire al nipote tutte queste cose però. Devo convincerlo ad andarci con piacere: la scuola è bella, la maestra ci vuol bene e s’imparano tante cose… tutte quelle balle lì.
Devi eseguire sempre i compiti, devi comportarti da ragazzo maturo, devi alzare la mano quando sai le risposte. A pisciare una volta sola (meglio farla nell’intervallo), se ti scappa ancora te la tieni. Mai marinare la scuola, mai rispondere sgarbatamente alle insegnanti, mai...
Bei discorsi, buone intenzioni. Ottime per il libro Cuore.
Capite anche voi che mi è molto difficile risultare convincente quando ripeto queste quattro balle a mio nipotino. Soprattutto il discorso riguardante le berne, cioè il marinare la scuola. Chissà quante berne ho fatto nella mia lunga carriera scolastica. Non si contano. Ho cominciato da piccolo, in seconda o terza elementare.
Me la ricordo come fosse ieri la mia prima volta di berna. Io e il mio amico Goccia, soprannominato così perché aveva sempre la goccia al naso. Il moccio, intendo dire.
Abitavamo vicini io e Goccia. Di conseguenza andavamo a prendere l’autobus insieme. Nel mio piccolo paese non c’era la scuola elementare (non c’è neppure adesso), così eravamo costretti ad emigrare come pendolari. Tutte le mattine sull’autobus. Pioggia, neve, vento, nebbia...
Cinque o sei chilometri sulla corriera blu, in compagnia delle nostre maestre. Tutti ai propri posti, rigorosamente distribuiti a seconda della classe scolastica d’appartenenza: quelli di prima davanti, quelli di seconda subito dietro, quelli di terza … quelli di quinta in fondo. Parlo di un paesino di due, tremila anime, quindi un pullman era più che sufficiente per tutti.
Ogni mattina la stessa storia: sveglia, lavarsi la faccia, fare la cacca e la pipì, colazione, poi di corsa alla fermata della corriera. La nostra era situata davanti all’entrata della casa delle monache, ad uno sputo dalla chiesa. Per raggiungere il bel posto avevamo due strade: una breve e diretta, quella che una persona razionale avrebbe sempre preso, un'altra più lunga e tortuosa, con una salitona sconsigliata ai cardiopatici e difficoltosa pure per un bambino con cartella piena di libroni e quaderni.
Di solito, io e l’amico Goccia imboccavamo quella breve. Naturale. Ma quel giorno, quello della mia prima berna ufficiale, no. Tra l’altro, passando per la via secondaria, si aveva modo di vedere la corriera senza essere visti. Così potevamo osservare l’arrivo del pullman, aspettare si fermasse a raccogliere i nostri compagni e poi vederlo ripartire. Noi saremmo accorsi un minuto dopo, fingendoci dispiaciuti. Il piano appariva perfetto, lineare come una stecca da biliardo: grossa in testa, fine in punta. Troppo fine.
“Mi pare di aver visto la corriera passare,” disse Goccia dopo un paio di minuti di silenziosa attesa.
“Sicuro?”
“Sì, guarda giù in fondo, è passata, mi pare.”
“Allora andiamo…”
“Forse è meglio aspettare ancora un attimo.”
“Si è meglio. Se ci vedono arrivare subito, possono pensare a qualcosa di studiato.”
“No, è che non sono sicuro che sia passata. E poi non ti preoccupare, non possono farci nulla.”
“I carabinieri sì. I carabinieri se non vai a scuola ti ci portano loro.”
“Sì, ma per un solo giorno non ti fanno niente. E poi quando scendiamo alla fermata, mica incontriamo i carabinieri. Al massimo troviamo la mamma di Maddalena che ritorna a casa… Eccola, guarda che arriva. Nascondiamoci.”
La mamma di Maddalena, chiapperi! Credo avesse gli occhi dappertutto. O, più semplicemente, fosse dotata della supervista di Superpippo.
“Cosa fate lì?”
“Niente, lui non trova più un quaderno.”
“E lo cercate nel mio orto?”
“No, è che ci siamo fermati per vedere se l’ha messo in cartella… purtroppo abbiamo perso la corriera.”
Be’ insomma, dopo quattro ciacole con questa signora, poco convinta dai nostri discorsi, ce ne ritornammo a casa. Cosa stupida. A casa c’era ancora mio papà. Ci portò subito a scuola. Anche là parevano poco convinti riguardo alla storia del quaderno di Goccia. I compagni di classe sorridevano, mentre la maestra, ascoltando la nostra versione dei fatti, faceva la faccia seria e un tantinello seccata. Nonostante questo non ci punì. No, niente di brutto o cattivo. Manco una frustata sul culetto. Del resto, che avevamo mai fatto?
Si, come esordio di berna non è un granché, devo ammetterlo. Diventando grande ho imparato a farla meglio. Nel corso degli anni mi sono specializzato, ho affinato l’arte. Nell’ultimo anno delle superiori ne ho architettate molte. Allora non c’era più Goccia, c’era Massimillo. Ma queste sono altre storie. Meglio non scriverle ora, non vorrei mio nipotino le leggesse e tentasse d’imitarmi. È un’attività pericolosa.

E PER TORNARE SERI, ECCO ALCUNI LINK UTILI
Su Smemoranda
La scuola in lotta
DA VENEZIA UNO DEI TANTI VIDEO DELLA PROTESTA

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giovedì 25 settembre 2008

Facciamolo uscire


Ogni giorno ha la sua pena. Il decreto legge sull’editoria portato avanti dal ministro Tremonti (che in passato, è dura crederci, scriveva ogni tanto su il manifesto), ha previsto dei pesanti tagli alla stampa cooperativa e politica. A farne le spese, tra gli altri, un quotidiano libero e indipendente, di sinistra, come il manifesto.
Per questo, il giornale “da 37 anni dalla parte del torto” ha lanciato la sua campagna di sopravivenza, con una copertina che spiega bene il tutto e fotografa in maniera implacabile la crisi che stiamo attraversando in Italia, tra privatizzazioni, svendite, tagli, divieti, censure. Una crisi economica, culturale, democratica. Per questo vi invito a leggere e, se potete, contribuire a Farlo uscire …
Per sapere tutto leggete qui il manifesto

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martedì 2 settembre 2008

La guerra dei poveri


Sempre più spesso, purtroppo, sono testimone di sfoghi di amici/che musicanti, artisti, creativi ecc. riguardo una bassa considerazione nei confronti del loro lavoro. Sempre più spesso, per i padroni del vapore, dovrebbero lavorare per un pezzo di pane, per il rimborso spese o, ancora meglio, GRATIS (“accontentatevi di far curriculum”, si sentono dire da chi intanto con loro fa i soldi). Certo, questa è la condizione nella quale viviamo quasi tutti, non solo gli artisti. L’epoca del neoliberismo trionfante, della precarietà, dei prezzi che salgono e degli stipendi e salari fermi, di chi non arriva alla terza settimana e di chi manco comincia… però impressiona sentire che anche nel dorato mondo degli artisti succedono cose così. Un buon esempio è il documentario dell’amica Ila, giovane musicante/creativa ideatrice di LA GUERRA DEI POVERI “volevo fare il musicista …”
VAI QUI http://www.myspace.com/laguerradeipoveri PER ALTRE INFO, SCARICARE E DIFFONDERE IL DOC ...

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sabato 15 marzo 2008

La perla di Berlusconi


Nella polemica sull’ormai famosa battuta di Berlusconi rivolta a Perla Pavoncello, lavoratrice co.co.pro che chiedeva come uscire dal precariato nel corso del programma Punto di vista del Tg2 (“Io, da padre, le consiglio di cercare di sposare il figlio di Berlusconi o qualcun altro del genere; e credo che, con il suo sorriso, se lo può certamente permettere"), non deve assolutamente sfuggire, che la ragazza ha poi candidamente dichiarato di votare proprio per il PDL e si è quindi candidata per il comune di Roma. Un escalation strana, che fa sorgere spontanea una domanda: come può una trasmissione del servizio pubblico scegliere, in una trasmissione di approfondimento elettorale, interlocutori che poi si dimostrano sostenitori del politico di turno? Come minimo, è poco serio.
Sull’argomento vi propongo il più divertente articolo uscito sui giornali di questi giorni: Come sposare un miliardario di Alessandro Robecchi, su il manifesto del 14 marzo 2008.

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domenica 27 gennaio 2008

Sundance 2008: Tarantino con la pin dell’Alligatore

Oggi mi sento un gonzo journalist. Oggi ho incontrato un mito vivente. L’ho incontrato quasi per caso, dopo averlo cercato inutilmente. Oggi ho incontrato Quentin Tarantino e sono riuscito, finalmente, a donargli la pin dell’Alligatore …
Sono entrato in un locale caratteristico e ho visto subito il suo berretto (il berretto che c’è in tante versioni nel sottovalutatissimo Jackie Brown). Vuoi vedere che c’è Quentin, mi sono detto. Ho gironzolato nel piccolo bar di montagna (con tanto di corna di cervo appese, fucile di Hemingway, legna scoppiettante) e ho visto il papà di Pulp Fiction seduto da solo, in un angolo. Beveva del caffé con delle paste. Mi sono avvicinato, poi, con il mio povero inglese mi sono presentato. Quando ha sentito che vengo dall’Italia ha cominciato a parlarmi di Lucio Fulci, che adora. E poi di Barbara Bouchet, che straadora …
È vero, non dico niente di nuovo, Tarantino sul cinema di casa nostra ha delle idee tutte sue (del resto, uno che si è formato in un negozio di noleggio videocassette negli States anni ‘80 cosa può aver visto? Antonioni? Pasolini?). Ma almeno conosce un sacco di nomi del nostro cinema stracult, e per uno statunitense è già molto, visto la loro chiusura culturale.
Ovviamente ho chiesto a Quentin di posare con una delle mie pins. Non ha voluto per una questione di diritti fotografici, da quello che ho capito. Ma almeno ha accettato di immortalare il suo berretto con l’ormai mitica pin. Ho chiesto quante possibilità di vittoria ha Riprendimi, ma lui non ha detto nulla, anche se è nell’altra giuria e non deve “giudicare” il bel film di Anna Negri.
Tarantino è veramente come lo vedi. Un icona pop vivente.

In questi giorni di festival mi sono visto un sacco di documentari. Sì perché quella dei documentari sembra essere la nota dominante del festival (o almeno del mio festival; trai tanti film è difficile muoversi).
Non potevo mancare alla visione di Gonzo: The Life and Work of Dr. Hunter S. Thompson, di Alex Gibney. Personaggio a tutto tondo Hunter S. Thompson, esperto di droghe e armi, pazzo come un cavallo e come il quadrupede capace di macinare strada senza fermarsi mai; il padre del gonzo journalism è l’uomo ideale per un documentario avvincente. Grande amico di Johnny Deep (c’è il suo zampino in tutto il film), pezzo meno riconciliato della controcultura a stelle e strisce, Hunter S. Thompson sembra un personaggio inventato. Difficile capire dove finisce l’arte e comincia la vita (anche viceversa).
Sempre a proposito di controcultura Usa (anzi, controcultura punto e basta), segnalo Patti Smith, Dream of Life di Steven Sebring, noto fotografo al debutto cinematografico. Il film è un misto ben congegnato di immagini di repertorio, sogni, testimonianze. Nonostante abbia gli elementi classici del doc su personaggi noti (magari di quelli in campo musicale) sembra avere un qualcosa in più: forse, quel qualcosa in più, è solo la sacerdotessa del rock (accidenti, mi sono perso il suo concerto, non me lo perdonerò mai …).

Quotazioni in crescita per Riprendimi. L’Alligatore continua a fare il tifo per Anna Negri, non perché italiana ma perché la precarietà ha preso tutti noi, ed è bello vedere in un film anche degli artisti precari (di solito si pensa che la gente di cinema sia ricca); la precarietà è dei giornalisti, come dei musicanti, degli attori come dei telefonisti del call center …

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