
L'Italia con Fuocoammare ritrova il cinema-verità, un neo-neorealismo fuori tempo massimo (quando la tv, con programmi-verità, ha detto tutto ... nel peggio), vince, soffrendo, ma vince. Non solo l'Orso d'Oro all'ultima edizione del Festival di Berlino, ma una partita difficile facendo ben 4 gol. Il primo da parte del regista, Gianfranco Rosi, capace di creare dalla nuda realtà, una materia filmica pura (chi ha visto Sacro GRA sapeva già), che senza pietismi, senza appelli, racconta il dramma degli sbarchi mostrandone il contorno: la popolazione di Lampedusa, con in testa un ragazzino, che sembra uscito da un film di Truffaut (I quattrocento colpi? ... troppo facile?), forse vero e unico protagonista della pellicola, capace di strappare risate e applausi a scena aperta (sua la seconda rete dell'incontro). In realtà anche il medico del paese è fortemente dentro la partita (pure medico del ragazzino; formidabile la parte di film con lui, coppia vincente), va in gol con la sua umanità nell'affrontare, quasi da solo, l'emergenza medica degli immigrati appena sbarcati (e anche quelli morti, ai quali deve dare un motivo del decesso). Sono loro, gli immigrati, tutti insieme, provenienti dai più disparati luoghi del sud del modo, a segnare il quarto gol. La partita improvvisata nel campo di prima accoglienza, anzi, il campionato improvvisato con niente, è da cineteca. Ricorda, forse involontariamente
rende omaggio, a tante partite di calcio in condizioni di costrizione, Fuga per la vittoria in primis, ma non solo. Come il cercare di fare comunità, rappando o semplicemente guardandosi negli occhi, guardandoci negli occhi, manda alla memoria un sacco di film sugli immigrati dentro e fuori dall'Italia. Ma vorrei dire, anzi sottolineare, che Rosi non vuole dare giudizi, non vuole dare spettacolo, non condanna e non assolve nessuno. Mi ricorda il Rosselini documentarista, perché presente nella realtà al momento giusto. Questo!
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