
L'ho conosciuto quando ero ragazzino Giorgio Bertani, aveva dormito
a casa mia dopo una serata alla festa di Democrazia Proletaria, piccolo partito dalle
grandi idee. Sinistra extraparlamentare si diceva allora, area
politica nella quale ha militato una vita. Editore di importanti
testi politici, tra i primi a pubblicare Dario Fo a partire dal
capolavoro Mistero buffo, pacifista integrale, girava sempre in bici,
tifava Chievo, ed è stato pure consigliere comunale a Verona dei
Verdi nei primi anni del nuovo millennio. Ha sempre rappresento una
fetta
importante di opposizione sociale e politica nella mia città,
anche con azioni clamorose. Del resto, fin da ragazzo non aveva mai
mostrato paure, come quando a soli 25 anni rapì il vice console
spagnolo a Milano nel 1962, per impedire la condanna a morte di un
trentenne
nella Spagna franchista, ottenendo la commutazione a 30 anni di
carcere (e per lui 6 mesi, con sospensione della pena perché
incensurato). Così, quando ho saputo
della sua morte, ho pensato a quella sera d'estate degli anni '80,
quando Bertani non aveva ancora la folta barba, ma solo dei baffi e
un codino per niente fighetto (ricordava il Seymour Cassel di Minnie
e Moskowitz, che ho scoperto è morto il 7 aprile di quest'anno),
epoca dove sembrava ancora possibile un cambio di sistema. Si
sognavano arcipelaghi rossoverdi, per ricostruire un mondo diverso e
una
sinistra nuova. Credo che, nonostante tutto, il progetto sia
ancora valido. La vita di Bertani lo testimonia.
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