giovedì 7 luglio 2016

In palude con Les Jeux Sont Funk


NOTE SINTETICHE ALL’ASCOLTO DEL DISCO
GENERE: funk, techno-soul, nu-disco, world grooves, elettronica
DOVE ASCOLTARLO (in parte o tutto) QUI
LABEL: Irma Records
PARTICOLARITA’: “Giuriamo di produrre groove, nient'altro che groove”
CITTA’: Dolomiti
DATA DI USCITA: 1 aprile 2016

L’INTERVISTA
Come è nato Erasing Rock?
L’album è nato con l’intenzione di fare qualcosa che piacesse in primo luogo a noi stessi, senza troppi pensieri, a partire dalla nostra passione per il funk. A dir la verità, il funk è una cosa molto particolare, meno genere che stile, meno hamburger che melanzane alla parmigiana. Noi lo vediamo come un modo di fare musica dove l’enfasi risiede nel collettivo e dove, al tempo stesso, sarebbe impossibile concepire un collettivo senza il contributo indispensabile di ogni individuo. Erasing Rock ha così preso forma, forse tardivamente (Michele, Elisa ed io, Carlo, ci conosciamo da tanti anni e in passato abbiamo collaborato a vari progetti), da interessi più o meno comuni e, sostanzialmente, da una profonda stima reciproca.
Perché questo titolo? …  
Erasing Rock, il brano che dà il titolo all’album, è nato durante una jam col tastierista dei The Hoo, Anthony Malka, col quale ci siamo divertiti a immaginare un supereroe che si era imposto di cancellare i generi musicali fintantoché fossero motivo di diatribe. Secondo questo personaggio di fantasia, ognuno avrebbe dovuto sentirsi libero di suonare quello che voleva a seconda dell’ispirazione e con l’unico imperativo del groove, senza temere ostracismi o ripercussioni ideologiche. Siccome era uno tosto, ha deciso di cominciare col cancellare il rock, vera pietra filosofale dell’autenticità secondo un certo gotha della critica musicale.
Erasing Rock ha però almeno una seconda lettura, che si rifà alla nostra origine alpina e vede nell’erosione della roccia una metafora del passare del tempo come disfacimento di cose e certezze. In certi casi, il tempo, in maniera insperata, riesce a produrre capolavori come le Dolomiti.
Come è stata la genesi del cd, dall’idea iniziale alla sua realizzazione finale?
La nostra intenzione era di realizzare un lavoro che rispecchiasse il nostro interesse per la musica elettronica e il funk senza sacrificare né la scrittura di canzoni né quegli aspetti della performance non pienamente riducibili in bit. Abbiamo quindi cercato di dare enfasi alla vocalità di Elisa e agli strumenti acustici ed elettrici – in particolare, Michele al basso e io a vari strumenti a corda (chitarra, mandolino e saz) e al talkbox, un effetto vocale che in alcuni brani fa da controcanto o da armonia alle parti di Elisa. Tutto questo senza utilizzare quantizer, autotune o altri trucchi mefistofelici. Per le parti elettroniche – sintetizzatori, strumenti virtuali, no-input mixer e processori hardware e digitali – invece non ci siamo posti alcun limite.
Qualche episodio che è rimasto nella memoria durante la lavorazione del disco?
Lavorare in un home studio, con un vicino che ti suona per dirti di parcheggiare meglio la macchina, non è il massimo del glamour. Le collaborazioni però possono sempre portare una ventata di novità nella routine di una band, come quando da piccolo all’inizio del nuovo anno scolastico ti ritrovavi in classe un nuovo compagno. Tra i momenti più memorabili cito la collaborazione con Mauro Andreolli (Das Ende der Dinge), che ha curato sapientemente e meticolosamente il mastering, quella con Marco Pisoni ed Emiliano Tamanini, che hanno dato ulteriore incisività al groove di Motorbike con i loro fiati, e quella con Chris “Agenda” Lartey, voce narrante in Motorbike. Poiché Chris ama raccontare le sue avventure giovanili in Ghana, un giorno gli ho proposto di registrare alcune di queste storie. Una di esse, a proposito di un viaggio in motocicletta attraverso le strade del suo paese natale alla ricerca di una donna misteriosa, ha fornito lo spunto letterario per Motorbike.
Se questo cd fosse un concept-album su cosa sarebbe? … anche senza volerlo.
Non saprei, se intendi un filo comune a livello di testi mi verrebbe da dire che varie canzoni trattano il tema della precarietà: Motorbike ha a che fare con quel labile senso di vergogna che a volte accompagna i ricordi, Falling Apart tratta dell’ineludibile ma pur sempre tardivo tramonto di despoti, tiranni e premier arroganti, Like the Dolomites, più pragmaticamente, affronta le difficoltà del precariato dei lavoratori della cultura. Ammettere però che la precarietà sia il collante di un’idea così forte come quella del concept album sembrerebbe una contraddizione. Preferisco quindi pensare a un concept a livello di sound e intenzione, un “giro del mondo in ottanta groove”.
C’è qualche pezzo che preferite? Qualche pezzo del quale andate più fieri dell’intero album?… che vi piace di più fare live?
Esprimere delle preferenze sarebbe ingiusto, prima di tutto nei nostri stessi confronti. Se avessimo considerato qualche brano inferiore avremmo fatto un EP invece di un album. Non voglio sembrare presuntuoso, al contrario: se una canzone non ci piacesse e ciononostante pretendessimo che altri la ascoltino, quello sì sarebbe arrogante.
Stando comunque al gioco, scelgo il primo brano che abbiamo realizzato, Run, con una parte vocale e un testo da brividi scritti da Elisa, e l’ultimo in ordine temporale, Falling Apart, un gospel laico concepito, registrato e aggiunto in extremis alla playlist quando l’album era già in dirittura d’arrivo. In mezzo ci metto Motorbike, un brano che potrebbe star su da solo togliendo tutto tranne la linea di basso di Michele.
Dal vivo, ci siamo recentemente divertiti parecchio a rifare Controversy di Prince (quanto ci manca!).
Il cd è uscito con la prestigiosa e sofisticata Irma Records … come vi siete trovati? Altre realtà attorno al disco da citare assolutamente?
L’album in realtà è nato senza pensare al mondo discografico. Questo forse si intuisce già a un primo ascolto, siccome, come ci hanno fatto notare, il suo contenuto è piuttosto inclassificabile: sforzandomi di essere analitico, riconosco che possa presentarsi come uno stravagante pot-pourri di soul, musica elettronica, jungle, colonne sonore di Bollywood, jazz, disco e techno. Eppure, per una fortunata coincidenza (a questo proposito dobbiamo ringraziare Antonia Peressoni dell’agenzia stampa Sbam), il disco è giunto in Irma Records, che ha deciso di prenderci sotto le sue ali protettive. Inutile dirlo, per noi, che siamo cresciuti a pane, Jestofunk e “Fight da Faida”, è stata una grande soddisfazione, anzi, un vero e proprio traguardo inseguito a lungo, siccome già una decina di anni fa, con un progetto diverso, provammo a farci ingaggiare dall’etichetta bolognese. Insomma, la Irma rappresenta parte fondante della storia della musica e per noi è motivo di orgoglio essere accostati a essa.
Copertina magica, direi in linea con la vostra musica. Come è nata e chi è l’autore? Prima o dopo il disco? … durante?
Il design della copertina e il nostro logo sono stati realizzati da Marco Ricci (Reifeströmung) e hanno il merito di contribuire artisticamente al progetto musicale. Sebbene la copertina sia stata realizzata quando il master era già pronto, io stesso, quando ascolto i brani con quella stella multicolore su sfondo bianco davanti agli occhi, come per effetto di una sinestesia ho la sensazione che i beat siano più carichi, le parti vocali più incisive, le canzoni più multiformi che mai. Marco è un artista a tutto tondo, oltre che grafico è anche musicista e ciò lo rende particolarmente intuitivo riguardo alle potenzialità di una buona comunicazione in ambito musicale.
Come e dove avete presentato/presenterete l’album? …

Nel live, che stiamo inaugurando in questi giorni, ci siamo posti l’obiettivo di utilizzare l’elettronica senza rinunciare all’estemporaneità: il funk è anche libertà e non va tenuto sotto costrizione, sarebbe come chiudere un uccello in una gabbia. Vorremmo essere liberi di modificare entro certi limiti le strutture dei brani, di improvvisare e, in genere, di lasciare quel grado di imprevedibilità indispensabile per costruire un rapporto col pubblico hic et nunc. La performance, dopo tutto, implica una reciprocità tra artista e pubblico e bisogna avere il coraggio di mettersi in gioco introducendo degli elementi di rischio. Al tempo stesso, vorremmo essere fedeli alle canzoni che presentiamo, poiché ognuna di esse ha una sua ragion d’essere legata anche al momento in cui è stata concepita: si tratta quindi di trovare il giusto equilibrio tra programmazione ed emancipazione espressiva – un equilibrio che contiamo di raggiungere con questo live.
Altro da dichiarare?

Siccome mi sembra sempre di non parlarne abbastanza, vorrei aggiungere qualcosa a proposito del funk. Il funk è il risultato dell’interazione delle diverse menti musicali, che, pur restando ben distinte l’una dall’altra, possono ambire a un’unità di intenti grazie a disciplina e ascolto reciproco. Ci sembra quindi che il funk rappresenti la possibilità di un amalgama tra senso della collettività e unicità dell’espressione individuale, una sorta di utopia sonora. La musica parte dal movimento e quando ritorna al movimento succede qualcosa di magico: il ballo, senza cui la musica sarebbe incompleta, è groove che si fa materia. Per questo, abbiamo un rispetto particolare per tutte le musiche popular destinate primariamente al ballo – dall’hip-hop alla house music, dalla techno alla disco, dalla salsa al reggaeton, dal bhangra all’highlife, dal samba al boogaloo. D’altronde, alcuni tendono ad attribuire un valore culturale più alto alle musiche che pretendono un ascolto attivo cerebralmente ma passivo corporalmente, non rendendosi conto che in questo modo stanno promuovendo un consumo musicale classista, eurocentrico e individualista. Forse dovremmo tutti lasciarci più andare: come dicevano gli Chic, “Feel the rhythm, check the ride / Come on along and have a real good time”.

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9 Commenti:

Alle 7 luglio 2016 00:17 , Blogger Alligatore ha detto...

Musica veramente coinvolgente, continuo a cantare alcuni pezzi, battendo la coda con ritmo, dopo averlo ascoltato tre volte questa sera ...

 
Alle 7 luglio 2016 00:17 , Blogger Alligatore ha detto...

Sì, un disco veramente coinvolgente, dinamico, con tanti generi che vi faranno torcere e urlare ... in un certo senso.

 
Alle 7 luglio 2016 00:18 , Blogger Alligatore ha detto...

Pezzi preferiti? Verrebbe da dire tutti, ma, con la solita pistola puntata alla testa dico: il pezzo che apre il disco Shyam, dal passo lento, una bella voce di donna che poi ci accompagnerà per quasi tutti gli altri pezzi, e un'atmosfera da sogno (Thievery Corporation?), e momenti arabeggianti ... poi il pezzo che chiude, Like the Dolomites danzereccia dedica alle Dolomiti, tanto care alla band (ti sembra di vederli scalare). Stupende anche le canzoni poste a metà, tipo Falling Apart, con superbo organo soul, e Jamming on the One grandi vibrazioni date anche da una chitarra molto malinconica. E poi, come non citare la title-track?... dalla voce robotica.

 
Alle 7 luglio 2016 00:18 , Blogger Alligatore ha detto...

E voi? ... ascoltate e dite, orsù ..

 
Alle 7 luglio 2016 00:19 , Blogger Alligatore ha detto...

... e poi, wow, che cover!

 
Alle 7 luglio 2016 17:44 , Blogger Elle ha detto...

Il funk mi piace, mi piace quindi tutto l'album, nessuna canzone esclusa. Diverso da ciò che conosco (molto poco, come noto), eppure mi ricorda la mia giovinezza, come se fosse stato lì, fra le mie compilation di allora.Torno a volteggiare ringiovanita, ciao. Bravissimi tutti!

 
Alle 7 luglio 2016 20:32 , Blogger Alligatore ha detto...

... e l'Alligatore rinvigorito volteggia con te! In palude ...

 
Alle 7 luglio 2016 20:36 , Blogger Nella Crosiglia ha detto...

Da ballare, da divertirsi....bel prodotto...Bravi!
Bacio Alli!

 
Alle 13 luglio 2016 16:38 , Blogger Alligatore ha detto...

Grazie Nella!

 

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