domenica 6 giugno 2021

In palude con Augustine

NOTE SINTETICHE ALL’ASCOLTO DEL DISCO

GENERE Dark Folk / Ethereal Wave / Slowcore / Dream Pop

DOVE ASCOLTARLO qui, qui o qui

LABEL I Dischi del Minollo

PARTICOLARITA’ Parental Advisory: Implicit lyrics

SITO INSTAGRAM FB

CITTA’ Perugia

DATA DI USCITA 16/04/2021

L’INTERVISTA

Come è nato Proserpine?

Proserpine ha incominciato ad affacciarsi al mondo in un momento non bello della mia vita personale, ma straordinariamente fecondo della mia vita artistica, quando, tra il 2017 e il 2018, iniziai a comporre una serie di nuove canzoni che erano tutte legate da un filo conduttore, sia come strutture melodiche-ritmiche, sia come contenuti. Mi resi conto che avevo iniziato così a lavorare a un nuovo album.

Perché questo titolo? Cosa vuol dire?

Questo filo conduttore tematico riguardava un senso di prigionia, di reclusione, di auto-esilio: mi si affacciò alla mente – e da quel momento fu l’immagine guida del mio lavoro – il quadro di Dante Gabriel Rossetti Proserpina, che ritrae la dea latina dell’oltretomba nell’atto di guardare fugacemente verso uno sprazzo di luce apertosi dalle porte del palazzo dell’Ade. Quello era anche il mio sguardo verso l’esterno, da dietro una finestra. Decisi così di lavorare intorno a quel nome, mettendo in atto un fatale gioco di identificazione con la figura mitologica della dea e di seguirla nelle sue vicissitudini, di assumerne le simbologie come filtro per la mia narrazione auto-biografica – passaggio spesso presente nel mio lavoro musicale. Il mito di Proserpina racconta della discesa nell’Ade e della risalita al mondo: morte e rinascita, un viaggio che stavo vivendo e che da quel momento ho vissuto insieme con la stesura dell’album. Ho dovuto visitare l’abisso, per poterne riemergere con questo lavoro, dando vita a Proserpine e prendendone una nuova per me.

Come è stata la genesi del disco, dall’idea iniziale alla sua realizzazione finale?

Una volta messo insieme tutto il materiale composto, mi sono chiaramente organizzata per tutte le fasi successive. Prima di tutto ho registrato a casa i demo delle tracce, dove già erano presenti tutti gli arrangiamenti (che ho già ben chiari in mente nel momento stesso in cui compongo un brano). In studio abbiamo poi analizzato il materiale, decidendo quali strumenti necessitavano di essere ri-registrati e cosa invece mantenere della mia pre-produzione. È stato un lavoro lungo e accuratissimo, tra l’altro interrotto dal primo lockdown. Infine, ci siamo dedicati al mastering e, a disco finito, è iniziata la mia ricerca di una realtà discografica indipendente che potesse aiutarmi a valorizzare il lavoro fatto. Ed eccomi approdata sulle sponde de I Dischi del Minollo, a cui ho messo in mano – ma non passivamente – tutta la fase successiva di promozione dell’album.

Qualche episodio che è rimasto nella memoria durante la lavorazione dell’album?

Ogni istante è ben stampato nella mia memoria, perché ho vissuto quel periodo con grandissima intensità emotiva. Un pomeriggio il mio produttore, Fabio, ed io stavamo registrando le percussioni di Pomegranate e ci trovavamo in grande difficoltà, perché stavamo cercando di riprodurre un pattern ritmico che nel mio demo avevo ottenuto in modo quasi casuale con dei particolari delay. In quel momento entrò Francesco Federici (nostro amico musicista, nonché uno dei fonici migliori di Perugia), per riprendere alcune attrezzature che aveva lasciato in studio; incuriosito dal nostro lavoro e vedendoci in difficoltà, ci chiese se poteva provare a suonare lui la parte: entrò in sala registrazione e riuscì in pochi minuti a fare ciò che noi stavamo inutilmente tentando di fare da ore. Sulla soglia della porta si girò e mi disse per scherzo che voleva essere citato nei credits. Io l’ho messo nei credits per davvero.

Se Proserpine fosse un concept-album su cosa sarebbe? … tolgo il fosse?

No, lasciamo il “fosse”… Non considero Proserpine un vero e proprio concept, sarebbe davvero pretenzioso. Del resto ogni mio album è generalmente monolitico in termini di contenuti e sonorità. Come già accennato prima, l’album parla di morte e rinascita, in molteplici accezioni e in termini fortemente personali; un viaggio introspettivo che forse invita l’ascoltatore a seguirmi – o gli impone di farlo –, con i propri pensieri e il proprio sentire.

C’è qualche pezzo che preferisci? Qualche pezzo del quale vai più fiera dell’intero disco? … quello più da live?

Amo tutti i brani allo stesso modo, sono tutti figli miei; detto ciò, credo che Pagan sia uno dei più riusciti, motivo per cui ne abbiamo fatto un “singolo”. Il brano riesce molto bene anche live, come del resto Anemones, l’altro singolo: quando mi è capitato di suonarlo ad alcuni concerti, ricordo la sensazione di sentire il pubblico ammutolire e partecipare profondamente e totalmente a ciò che stava ascoltando. The Dark Place è forse invece il vero “cuore” dell’album.

Come è stato produrre Proserpine? Chi più vicino dal punto di vista produttivo?

È stata una stupenda, indimenticabile avventura e Fabio Ripanucci è stato un ottimo compagno di viaggio. C’è stata davvero una condivisione totale, che ha portato all’instaurarsi anche di un rapporto personale molto profondo. Proserpine deve molto a Fabio, soprattutto in termini di sonorità. La mia esigenza primaria, quando lavoro con qualcuno, è quella di farmi comprendere, di far comprendere appieno quelli che sono i miei intenti e i miei obiettivi e Fabio è stato sempre un produttore attento e paziente, sebbene musicalmente io sia piuttosto lontana dai suoi gusti e dalle sue abitudini. Ha saputo entrare con grande sensibilità e delicatezza nel mio lavoro, riuscendo però ad apportarvi dei nuovi punti caratteriali, molto distinti. Il nostro affiatamento è cresciuto nel tempo, tant’è che alla fine non c’era nemmeno bisogno di discutere sul da farsi, ciascuno di noi sapeva esattamente cosa fare e cosa aspettarsi dall’altro.

Come è nata questa copertina? Uno scatto non nato a caso.

Era da tempo che sognavo di essere protagonista di un tableau-vivant e questa mi è sembrata l’occasione giusta per realizzare finalmente il mio desiderio. Sapevo che la persona migliore da contattare era Francesco Capponi, artista e fotografo Perugino che conoscevo – per fama – dai tempi dell’Accademia di Belle Arti, che abbiamo frequentato entrambi. La mia idea di realizzare una sorta di tableau-vivant della Proserpina di Rossetti è stata subito bene accolta e per l’occasione, Francesco ha scelto di utilizzare un autentico banco ottico vittoriano, proprio per dare all’immagine quella grana, quella distanza temporale che desideravo. Allestimmo una camera oscura improvvisata nel bagno e un set nel giardino di casa mia… Il resto lo vedete.

Come presenteresti dal vivo il disco?

I brani di Proserpine sono già stati molto suonati, prima ancora di essere registrati. Essendo stati composti essenzialmente sulla chitarra acustica, sono pezzi molto chitarristici – al contrario forse di come possono apparire a un primo ascolto dell’album – dunque si prestano molto bene ad essere semplicemente suonati chitarra e voce. Sul palco preferisco sempre essere da sola e, ad ogni modo, le varie restrizioni da Covid mi hanno impedito di coinvolgere altre persone per la preparazione del mio live. Ciò a cui non rinuncio mai sono le mie pedaliere, per potermi portare in giro il mio sound, che è qualcosa su cui lavoro molto e che caratterizza fortemente la mia musica. In questo caso, forse, mi porterò sul palco un computer e mi accompagnerò con un semplice sistema a sequenze, per non rinunciare ad alcuni arrangiamenti e soprattutto ai cori, ma su questo punto sono ancora indecisa; forse deciderò a seconda delle occasioni.

 Come se la passa la musica indipendente, tra un lockdown e l’altro?

La musica indipendente se la passa piuttosto male da molto prima che i lockdown arrivassero a peggiorare ulteriormente la situazione. È chiaro che la chiusura prolungata di concerti ed eventi dal vivo è una catastrofe, sia in termini economici che sociali, perché non bisogna dimenticare che la musica necessita della sua socialità, che non può essere ridotta a una sua parodia mediatica-digitale. Il timore è che la situazione favorirà ancora una volta i grossi e manderà al macello i pesci piccoli, e parlo sia degli artisti che dei locali: qualora ci sarà il via alle riaperture, i locali dove si fa musica dal vivo che potranno rialzarsi e permettersi di rispettare le stringenti normative saranno ben pochi, i più grossi e quelli con le spalle più coperte; dunque ci sarà sempre meno spazio per gli artisti emergenti o meno conosciuti. È chiaro che assistiamo a un pazzesco proliferare di musica online, perché ovviamente tutto si sta riversando in quell’enorme contenitore, dove ciascuno ha ancora la possibilità di esprimersi. Devo dire però che sono sempre cauta nell’accogliere con entusiasmo questo tipo di “fertilità”: quando cresce di tutto, in genere crescono principalmente erbacce, che soffocano e rendono invisibili quei pochi, spasmodici fiori. 


 

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10 Commenti:

Alle 6 giugno 2021 23:02 , Blogger Alligatore ha detto...

Bello ospitare in palude Augustine ora, a fine primavera, quando siamo in una fase di rinascita dopo il rigore invernale ...bello perché è un disco personale, unico, molto rock indipendente come piace a me.

 
Alle 6 giugno 2021 23:06 , Blogger Alligatore ha detto...

Un disco, nato dall'isolamento (non per il covid, è nato prima) e da una particolare concezione del creare musica da parte di Augustine.

 
Alle 6 giugno 2021 23:11 , Blogger Alligatore ha detto...

Prosperine è un disco intenso, complesso e allo stesso tempo semplice: è un voce/chitarra e molte suggestioni.

 
Alle 6 giugno 2021 23:19 , Blogger Alligatore ha detto...

Concordo con lei quando dice che Pagan sia uno dei più riusciti (cullante,magico...), e che The Dark Place sia il vero cuore dell'album (dilatazione spaziotemporale a mille).

 
Alle 6 giugno 2021 23:21 , Blogger Alligatore ha detto...

Però il mio preferito è Good News, un pezzo perdutamente bello nella sua semplicità: chitarra acustica/voce, voce che si raddoppia in vocalizzi davvero magici.

 
Alle 6 giugno 2021 23:25 , Blogger Alligatore ha detto...

Ma anche Moments of pleasure and joy, stupendo voce/chitarra con un patos unico. Direi molto anni Novanta, e si capisce perché Augustine dice che è un disco molto chitarristico.

 
Alle 6 giugno 2021 23:31 , Blogger Alligatore ha detto...

Ma lo stesso si potrebbe dire di Anemones: l'atmosfera è sospesa, con la voce al massimo, la chitarra che crea un mondo, e non si può che rimanere in silenzio ad ascoltare.

 
Alle 6 giugno 2021 23:35 , Blogger Alligatore ha detto...

Deep, so Deep, è molto filmico, tra lo spaghetti-western e Twin Peaks, con sampanelli e un uso particolare della chitarra.

 
Alle 6 giugno 2021 23:39 , Blogger Alligatore ha detto...

My Love Speaks Flowers chiude in bellezza: con tutte le cose belle dette per i pezzi prima e in più un piano.

 
Alle 6 giugno 2021 23:41 , Blogger Alligatore ha detto...

Disco con dentro tante cose, unico e molto personale segnatevi nome e titolo: Augustine Proserpine

 

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