Pagine

mercoledì 31 gennaio 2024

In palude con Pamela Guglielmetti

NOTE SINTETICHE ALL’ASCOLTO DEL DISCO

GENERE: il mio genere lo definisco “Musica d’autore”, ma non so incasellarmi, non sono pop, non sono rock… cosa sono??? [Cantautorato al femminile, dice l’Alligatore]

DOVE ASCOLTARLO: su tutti i distributori digitali e su supporto fisico, partendo da qui

LABEL: La Stanza Nascosta Records

PARTICOLARITA’: commistione sperimentale tra suoni acustici ed elettronici che unisce un linguaggio autoriale italiano a sonorità di panorama estero.

INSTAGRAM FB

CITTA’: Ivrea

DATA DI USCITA: 20 ottobre 2023

 

L’INTERVISTA

Come è nato A♦L♦E♦P♦H?

Aleph è nato mentre stavo smontando su più fronti la mia esistenza, per l’ennesima volta. Nel 2019 mi sono trasferita in Liguria pensando di avere fatto quella che io chiamo una "scelta di vita per la vita". Lasciavo un passato piuttosto ingombrante e, con molto sacrificio, ripartivo da zero in una terra scelta e voluta. Non mi sarei mai potuta immaginare che, di lì a poco, sarebbe accaduto qualcosa che avrebbe inesorabilmente cambiato il vivere collettivo e gli assetti del mondo artistico. Nel Settembre del 2022 ero nella mia mansarda calicese a impacchettare pezzi di vita e, tra uno scatolone e l’altro, tra i congedi con tutto ciò che amavo, cercavo di trovare la forza per accettare anche quella apparente sconfitta, quell’ennesimo forzato cambio di direzione. Cercavo un senso. Io sono abituata a trovare il senso profondo di ciò che mi trovo a dovere affrontare, sin da bimba. Non ho avuto una vita facile, e dare un senso ti permette di scivolare con meno attrito nelle acque della corrente che irrompe e ti trasporta altrove.

In quelle settimane molto dure, sono nati tre brani, ma non sapevo ancora che, insieme ad altri, avrebbero fatto parte di un disco nuovo.

Come mai questo titolo? Che vuol dire?

La concezione umana occidentale vede la vita come un insieme di momenti che si susseguono secondo un movimento spaziotemporale lineare. Ognuno di quei momenti è inscritto in un programma predeterminato ancor prima della nascita, perché risponde a modelli e convenzioni che difficilmente vengono messi in discussione. Tutto scorre in modo automatico fino a quando non ci si inizia a porre domande su ciò che sta fuori e dentro sé stessi. Si potrebbe consumare una esistenza intera senza porsi domande, ma prima o poi può accadere che, anche solo per istinto di sopravvivenza, si rivolga lo sguardo dove prima gli occhi non arrivavano.

Il lavoro di un artista si fonda sempre su basi autobiografiche ma, nel mio caso, affronta, attraverso il mio vissuto, tematiche che risiedono nella collettività. Amo osservare le persone, amo accorgermi degli altri e trovare i punti di connessione che rappresentano il cammino mio e di tutti. Aleph parla di noi, e ognuno di noi in ogni brano può ritrovare una parte della propria storia; lo fa senza drammi, senza dolore perché è già oltre, sul sentiero consapevole della propria ricostruzione, consapevole della gioia che si cela dietro all’integrazione di tutte le parti di noi che abbiamo avuto la sensazione di perdere.

L’Aleph è la prima lettera dell’alfabeto ebraico (ma risiede anche in altre culture) e rappresenta il valore inestimabile dell’anima umana che arriva all’unità dopo avere fatto esperienza della duplicità, delle nature opposte. Parla di nuovi inizi, della capacità di fidarsi della vita restando in equilibrio, e dà la possibilità di scegliere se cercare di controllarla, oppure aprirsi ad essa e permettere che sia lei a condurci. L’Aleph mostra come affrontare le proprie paure, credere nel proprio istinto ed aprirsi alle infinite strade che collegano tutti noi, mentre affrontiamo il nostro personalissimo viaggio pur seguendo percorsi diversi.

Mai nome più adatto avrei potuto scegliere per questo album, che cerca di rivelare la magia dell’attimo presente, arrivando a quel punto di confine (l’Aleph, appunto) dove spazio e tempo si fondono, permettendo di affrontare le proprie ombre e tornare presenti a sé stessi. I dodici brani di questo nuovo progetto hanno in sé i valori di questa ricerca, ma parlano in modo molto diretto, autentico, riconoscibile, cercando perlopiù di riconnettere ad un tessuto emozionale perduto.

Come è stata la genesi di questo disco, dall’idea iniziale alla sua realizzazione finale?

Appena rientrata in Piemonte, mi trovavo a dovere ricostruire tutto per l’ennesima volta. Avevo lasciato un Canavese che, al mio ritorno, era notevolmente cambiato. Non è mai stato semplice trovare uno spazio artistico nella mia terra di origine, lo era ancor meno al mio ritorno. Non avevo più nessuno dei riferimenti di un tempo. Ho deciso di iniziare timidamente a cercare un pianista con cui potere preparare il mio repertorio, ed ho contattato diversi musicisti tra cui Franco Tonso, colui che è diventato co-compositore delle musiche dei nuovi brani. Con Franco è nata una immediata sinergia ed abbiamo passato l’estate a costruire una proposta live piano/voce. Franco era particolarmente incuriosito dalle mie composizioni, lo divertiva confrontarcisi. La collaborazione è seguita in modo spontaneo. Quando ho ricevuto la proposta de La Stanza Nascosta Records, avevo già alcuni nuovi brani scritti, mi è venuto spontaneo chiedere a Franco di tradurre in chiave pianistica le mie composizioni. Franco ha sensibilità e creatività ed è riuscito a “vestire” i miei accordi in modo raffinato, trovando soluzioni perfette anche nei punti più complessi. Ed eccoci qui. In Aleph il suo piano convive meravigliosamente con le sonorità scelte da Salvatore Papotto, che è stato abilissimo a fare convivere due linguaggi apparentemente diversi.

In Aleph sento finalmente me stessa, sia nelle prime versioni piano/voce, sia in quelle definitive arricchite di un lavoro magistrale di arrangiamento. A Salvatore ho dato carta bianca. È nata da subito una sinergia artistica: sapevo che lui riusciva a entrare in ogni mio testo e aveva il talento e la sensibilità di tradurlo in suono, e lui sapeva che poteva avere ampio movimento. Quindi posso dire che la scelta stilistica è nata da sé in modo del tutto spontaneo durante le fasi di lavoro e non a tavolino. È stato un incontro non cercato, si è manifestato secondo una regia “superiore” per pura sincronicità. Io ho semplicemente scelto di dire “si”, in un momento in cui stavo decidendo abbandonare tutto a causa di anni troppo provanti in cui gli artisti, ma soprattutto gli autori, non riuscivano a trovare più collocazione ed erano sempre più lontani dal miraggio del potere vivere di questo lavoro. Tengo a precisare che questo è un lavoro che, fatto in un certo modo, chiede tante energie e l’investimento di molto tempo e cura, non può essere un hobby, o un secondo lavoro, chi lo fa seriamente lo sa bene. Anche il lavoro di registrazione è stato intenso, ad arrangiamenti pronti, la registrazione delle voci è avvenuta in Sardegna, presso lo studio della etichetta discografica. Una settimana di lavoro intensivo che iniziava al mattino e finiva la sera. Eppure non si poteva fare a meno di tenere quel ritmo perché in quel momento era la cosa più importante, direi sacra.

Qualche episodio che è rimasto nella memoria durante la lavorazione di A♦L♦E♦P♦H?

Le esperienze più forti le ho vissute nella realizzazione del’ videoclip del secondo singolo, quello che avrebbe presentato ufficialmente l’uscita dell’album per la regia di Mirko Avella: La quarta casa.

Oltre all’aspetto artistico, è impossibile non considerare la magia che si crea quando sconsente alla vita la gestione degli eventi. Più ciò che si crea è frutto di intensità ed amore, più intorno a te si muovono forze invisibili.

In questo brano mi sono cimentata con un argomento universale, che ognuno di noi porta nel suo bagaglio di vita. Ho voluto farlo con una visione molto poco considerata mettendo in gioco me stessa in senso totale. Le riprese sono state girate in una casa che ha rappresentato davvero la mia infanzia. Tutto, in quel video, parla della mia vita, ogni singolo oggetto. L’intensità emotiva e la fatica hanno raggiunto momenti di culmine che hanno richiesto pause per riprendere fiato. La troupe è stata capace di usare un tatto e una delicatezza esemplari, spesso Mirko si è preoccupato di come io mi sentissi e lui stesso mi ha proposto dei break quando vedeva che il limite veniva raggiunto. Tutti gli operatori hanno lavorato senza risparmiarsi. Le riprese e gli allestimenti di ogni scena presentavano non poche difficoltà e richiedevano molta fatica fisica. Anche questa è stata una esperienza alchemica, trasformativa, che ci ha portati tutti su una dimensione scollata dalla realtà, dalle sette del mattino sino alle due di notte, incessantemente.

Se A♦L♦E♦P♦H fosse un concept-album su cosa sarebbe? … tolgo il fosse?

Si, mi fai sorridere, togli il “fosse”.

Il fil rouge che questo album rivela è la magia dell’attimo presente. Cerca di arrivare a quel punto di confine (l’Aleph, appunto) dove spazio e tempo si fondono, permettendo di affrontare le proprie ombre e tornare presenti a sé stessi. I dodici brani di questo nuovo progetto hanno in sé i valori di questa ricerca, ma parlano in modo molto diretto, autentico, riconoscibile, cercando perlopiù di riconnettere ad un tessuto emozionale perduto.

C’è qualche pezzo che preferisci? Qualche pezzo del quale vai più fiera dell’intero disco? … quello più da live?

Li amo tutti quanti in un modo che mi riesce difficile descrivere. Sicuramente Lascio che sia è il brano da cui tutto è partito, che ho scritto per primo e a quel brano devo moltissimo. Fierissima per Uomo di carta, Dio degli ultimi, La legge del tempo, Rinascere d’Inverno. Fiera anche per l’omaggio a Brel e Paoli in che ho cercato di fare mio mettendoci tutto il cuore di cui dispongo. Grande affetto per Terra di vento che ho dedicato alla Liguria.

La resa live rende onore a tutti i brani perché siamo riusciti a trovare il modo per restituirli il più fedelmente possibili al disco, ma Lascio che sia devo dire che è sempre una esperienza davvero intensa ascoltato dal vivo.

Chi hai avuto più vicina sul piano produttivo/promozionale?

Sia Salvatore Papotto sia Claudia Erba, nello specifico produttore esecutivo ed artistico nonché arrangiatore, e agente stampa, sono state e sono tuttora due figure presenti ed insostituibili. Mi seguono passo passo con grande professionalità e umanità. Sono professionisti che hanno molto rispetto per i propri artisti, si ha la sensazione di essere in famiglia ed è tutto condiviso. Stiamo cercando di arginare le storture ed i muri di un settore che sta toccando il suo periodo più buio, crediamo nel recupero del valore della musica di qualità. So che sembra una scelta totalmente controcorrente e poco premiante, ma è indispensabile tenere duro su questa linea per ridare voce e visibilità a musica di senso.

Copertina molto particolare, come tutto il progetto grafico con foto e frasi che colpiscono…. Come è nata? Chi l’ha pensata così?

Copertina ed interni sono stati concepiti dalla sottoscritta. Ho voluto dare visivamente un senso di contatto con panorami dal sapore antico ed allo stesso tempo atemporali. Si tiene tra le mani un oggetto che ricorda una ambientazione Art Decò e allo stesso tempo restituisce la grana di antiche pergamene e il calore della sabbia del deserto, con ben leggibile i simboli dell’Aleph. Aprendo la prima anta si piomba in fotografie seppiate che potrebbero ricordare le donne di Man Ray ricollocate in dimensioni più contemporanee. Il retro riporta quasi ad una ambientazione mitica dai sapori greco/romani con una simil Atena dei giorni nostri vista di schiena. In questo viaggio nel non tempo, tutto ha una inaspettata soluzione di continuità visiva.

Sapevo già cosa volevo ottenere. Fortunatamente mi sono occupata di tanti mestieri creativi, negli anni, dalla fotografia, alla grafica, alla moda, alle arti visive. Mi sono avvalsa di grandi professionisti, ma ho fornito loro tutto il necessario perché il risultato fosse quello da me ricercato. Le immagini stupende sono opera di Franco Marino, mentre il progetto grafico di Jacopo Ceresa dello studio grafico C3 Studio. Tutto Made in Ivrea.

Come presenti dal vivo il disco?

Il disco ha già avuto un esordio live il 18 novembre a Cuorgnè, in Canavese. È stato un collaudo importante alla Ex Santissima Annunziata di Cuorgnè, una stupenda chiesa sconsacrata che ha abbracciato questo spettacolo con la sua cornice suggestiva. Dico “spettacolo” perché Aleph in versione live non è un concerto ma un vero e proprio spettacolo multisensoriale che presenta una forma di teatro canzone inedita. Qualcosa che forse si poteva vedere nell’Inghilterra degli anni Ottanta e contemporaneamente in Italia tra gli anni Sessanta e Settanta. La serata è stata presentata dallo storico critico musicale Franco Vassia, e ha fatto il tutto esaurito. La formazione è a soli tre elementi, mi accompagnano in questo viaggio due pianisti/tastieristi di grandissimo talento: Andrea Nejrotti e Paolo Guercio. Insomma, è tutto pronto, non resta che iniziare davvero.

Altro da dichiarare…

Aleph è il risultato della collaborazione di professionisti dalla grande preparazione e dalla grande umanità, che credono ancora nella comunicazione, nella qualità, nel senso profondo delle cose. In tutto quello che ha caratterizzato questo progetto abbiamo dato il massimo, non solo per ciò che concerne l’album, parlo di tutto ciò che ruota intorno ossia i videoclip, il supporto fisico, la preparazione del live, la comunicazione stampa. Non nego la grandissima difficoltà nel confrontarci, ora, con le tante criticità esistenti nel proporre progetti di qualità e nello riuscire a ritagliare spazi adatti a questo tipo di proposta. Mi auguro che la nostra tenacia sia ripagata e si possa vedere presto un programma di date ufficiali che facciano partire un tour. Ma sono molto consapevole delle criticità di questo momento.

Tu sai quanto ho sempre lottato per conquistarmi qualche spazio. Mi sono sempre mossa in dimensioni teatrali e spazi di ascolto, realtà che vengono sempre più a mancare, e le poche esistenti ancora stanno diventando inarrivabili. In Italia l’offerta artistica è numericamente esorbitante, le strutture esistenti non riescono a sopperire, ma è doveroso dire che i criteri di scelta sono molto discutibili, sempre più imposti da un sistema unico, lo stesso che ha depauperato molte realtà, come lo stesso Sanremo.

Sogno di potere vedere nascere nuove forme di diffusione artistica, nuovi spazi e, soprattutto, un nuovo desiderio di bellezza e di senso.


 

12 commenti:

  1. Ritorna l'intervista in plaude, ritorna con un'artista che conosco molto bene e che apprezzo anche se da pochi anni... era il 2021 quanto veniva in palude con il suo Cammino Controvento, disco che mi faceva sentire quel vento di cambiamento e trasformazione.

    RispondiElimina
  2. Oggi, dopo gli sconvolgimenti epocali di questi anni torna con un disco forte e coraggioso, sicuramente controvento... canzone d'autore, con parole a volte non cantate, ma sussurrate e dei pensieri sul mondo originali. Torna con A♦L♦E♦P♦H

    RispondiElimina
  3. A♦L♦E♦P♦H è contraddistinto da 11 canzoni originali più una personale reinterpretazione Non andare via /Gino Paoli, che reinterpretava Jaques Brel ...

    RispondiElimina
  4. Arte vera, un disco come pochi (del resto leggete l'intervista, così pregna e onesta)...difficile scegliere un pezzo rispetto a un altro, ma ci provo...

    RispondiElimina
  5. Be', Lascio che sia apre con suoni elettronici, ritmo e un cantato/parlato. Un pezzo sul cambiamento, sul "peso di vite", un pezzo che cresce sia come musica sia come parole, e senti una vita passata che brucia... lo sentirete anche in altre parti del disco.

    RispondiElimina
  6. Gran ritmo in salire con Alisha piano/voce in salire per un brano soave, di rinascita (a volte penso parli a/di me... forse ad alcuni di voi, vibranti in questi anni darà questa sensazione). Ha un piglio beat (come tutto il disco), direi da anni del boom, anche se è un boom diverso, lo sappiamo bene.

    RispondiElimina
  7. Ed è beat fortissimo Un sogno per Cloe con una melodia che ti prende subito per raccontare una favola. Una favola? Sì! Interessanti giochi di voce...

    RispondiElimina
  8. E siamo già a sole tre canzoni...il disco è già dentro me.

    RispondiElimina
  9. La quarta casa, forse il pezzo più rock, è una resa dei conti con se stessa, il pezzo forse più autobiografico del disco dove Pamela si mette a nudo. Come dice nell'intervista stessa, si è messa in gioco totalmente. Ascoltatelo magari guardando il magnifico video "una esperienza alchemica, trasformativa...".

    RispondiElimina
  10. Ma il pezzo che più mi ha preso è forse Dio degli ultimi su un mondo che sta morendo...
    Ho una chiave interpretativa che tengo per me, troppo intima (l'amica Pamela avrà capito che ho capito). Ascoltatela bene...

    RispondiElimina
  11. Come va ascoltato bene A♦L♦E♦P♦H ... dall'inizio alla fine (la chiusura è con la cover di Brel/Paoli, molto in linea con tutto il disco).

    RispondiElimina

AAAATenzione, il captcha (il verificaparole) è finto, non serve immetterlo. Dopo il vostro commento, cliccate direttamente su PUBBLICA COMMENTO. Se siete commentatori anonimi, mi dispiace, dovete scrivere il captcha ...